Giuseppe Felloni

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Genova e la storia della finanza: una serie di primati?

Introduzione

Genova è oggi una città di 600.000 abitanti economicamente sviluppata, sebbene con qualche segno di fragilità rispetto alle maggiori città italiane.
Tra il tardo sec. XI e gli inizi del XII la sua gente si organizza come comune autonomo, poi cresciuto a stato regionale; è repubblica aristocratica dal 1528 al 1797 e poi stato democratico fino al 1805, quando è annesso all’impero napoleonico. Per tutta la sua durata, lo stato genovese ha costituito un’entità molto modesta dal punto di vista delle sue risorse demografiche e territoriali. Eppure questa collettività numericamente esigua ha svolto per secoli nella scena internazionale un ruolo non irrilevante e in alcuni momenti addirittura primario.
Nei primi secoli della sua esistenza come entità statale si afferma come potenza mediterranea, è la prima repubblica marinara a stabilire un contatto diretto con i porti della Manica, ha rapporti commerciali con la Cina sin dal sec. XIII ed è rivale acerrima di Venezia fino al trattato del 1381, che conclude un contrasto secolare.
Nel sec. XV la caduta delle sue colonie commerciali nel Mediterraneo orientale e nel Mare Nero per effetto dell’avanzata ottomana pone fine ai lucrosi traffici con l’Oriente e induce i suoi abitanti a trasferire i propri commerci e capitali nel Mediterraneo occidentale e oltre Gibilterra. Teatro privilegiato degli investimenti è la penisola iberica, dove comunità genovesi erano presenti da tempo.
Nel sec. XVI i capitalisti genovesi si pongono al servizio della Spagna, organizzando tramite le fiere di cambio l’apertura di prestiti a breve o medio termine e il trasferimento di denaro dalla Spagna agli altri possedimenti continentali. Ne ottengono in cambio vaste ricchezze, di cui una parte cospicua affluisce a Genova sotto forma di argento di origine americana, come disse il poeta Quevedo:

Poderoso Caballero es Don Dinero:/nace en las Indias honrado,/donde el mundo le acompaña,/viene a morir en España,/ y està en Génova enterrado.” 1

Il ruolo svolto nell’orbita spagnola e i guadagni ottenuti rendono Genova la maggior piazza finanziaria italiana che supera pressoché indenne la crisi generale del sec. XVII. Nel sec. XVIII i suoi capitali, già largamente impiegati nei debiti pubblici della penisola, sono investiti in misura crescente in mutui a medio termine conosciuti come “prestiti fruttiferi all’uso di Genova”, che sono concessi a sovrani e privati di tutta Europa (Spagna e Inghilterra escluse), dalla Francia alla Russia, dall’Ungheria alla Norvegia e alla Svezia. La rivoluzione francese e le guerre napoleoniche provocheranno la perdita di quasi i due terzi degli investimenti mobiliari e dopo il 1815 Genova dovrà affrontare i problemi della rivoluzione industriale con un’economia dissanguata.
Una delle ragioni del successo di Genova nell’età medievale e moderna è costituita a mio parere dalla quantità di risorse che, sotto l’urgenza del bisogno, il settore pubblico e il privato hanno saputo mobilitare dando prova di una fantasia, di un’inventiva e di un’originalità che non hanno molti riscontri nella storia. Le vicende della finanza genovese nel corso dei secoli si sono accompagnate infatti all’applicazione di alcuni istituti che si ritrovano anche in altri paesi, ma che vi sono documentati in epoca più tarda. La loro comparsa precoce nella città ligure, in piena coerenza con la sua riconosciuta vocazione capitalistica, ha avuto cause diverse.
Può essere stato un rimedio geniale per sbloccare un organismo aziendale che rischiava di incepparsi per la sua complessità, come è avvenuto per l’adozione della partita doppia nella banca privata (inizi del Trecento) e subito dopo nella contabilità pubblica (probabilmente 1327).
Oppure, ed è stato il caso più frequente, si è trattato di istituti elaborati in momenti di grave crisi per le casse pubbliche allo scopo di convogliarvi un maggior volume di risparmio privato; il che ha permesso allo stato di superare le difficoltà del momento, ma inducendolo anche a confidare sulla medesima leva finanziaria per futuri e più sostanziosi impegni di bilancio.
Il collegamento tra le turbolenze della finanza pubblica e i capitali privati è stato realizzato con il ricorso al credito: un fenomeno multiforme e sfuggente che ha esercitato un ruolo economico fondamentale anche negli altri paesi europei.
Pensando agli straordinari progressi del continente, si sono esaltate soprattutto le manifestazioni nel campo industriale: i miglioramenti della tecnica metallurgica e meccanica (sia pure indotti in gran parte dall’invenzione della polvere da sparo), le modificazioni apportate ai mulini (le principali fonti di energia del tempo), l’invenzione della stampa, ecc.
Vi è invece tuttora la tendenza a trascurare i perfezionamenti della tecnica finanziaria e commerciale, che hanno avuto luogo in Italia e da qui furono poi esportate nel resto d’Europa divenendo patrimonio collettivo. Ciò si deve forse alla circostanza che essi non si materializzano in prodotti industriali, manifatture, artiglierie e così via, ma restano nell’ombra e traspaiono soltanto dall’esame combinato di documenti cartacei, procedure mercantili, atti legislativi e cause giudiziarie, tutte fonti di non facile interpretazione.
Tra queste innovazioni poco vistose, ve ne sono alcune di natura finanziaria che hanno avuto una tale importanza per lo sviluppo economico, che il mondo contemporaneo ne conserva ancora il principio ispiratore o addirittura la sostanza. Esse sono legate essenzialmente alla diffusione del credito e consistono nella elaborazione di norme, strumenti e tecniche in grado di soddisfare meglio le necessità della domanda e le esigenze dell’offerta.
Questo processo di vicendevole adescamento ha condotto inevitabilmente ad un rapporto privilegiato tra lo stato e i detentori di capitali. Costoro infatti sono disposti al prestito se ritengono il debitore in grado di rispettare i propri impegni perché fruisce di un reddito proveniente dal suo patrimonio, dai servizi fatti a terzi o dalla sua capacità impositiva. Lo stato, che presenta tutti questi requisiti, è perciò un debitore teoricamente solvibile ed è per questa ragione che la sua ingente domanda di denaro a credito, sorretta da lusinghiere condizioni di rimborso, per lungo tempo ha dominato il mercato del risparmio e assorbito gran parte delle sue disponibilità.
Nei tempi antichi ciò non si verificava e i principi contraevano a titolo personale anche i modesti mutui che interessavano la conduzione del paese. Il debito pubblico, inteso come onere di un ente sovrano che trascende i suoi regnanti, ha origine in Italia nell’età comunale. La sua sede elettiva sono state le città stato, organismi dotati di autorità impositiva le cui necessità straordinarie sono state finanziate in gran parte con il ricorso al prestito.
Il rapporto privilegiato tra l’ente sovrano e il credito è stato particolarmente intenso a Genova, con una conseguente stimolazione dell’inventiva finanziaria sia nel settore pubblico, sia in quello privato; tra le innovazioni più rilevanti possono ricordarsi le seguenti:

1) Il debito pubblico
2) I titoli di stato
3) Le riforme del debito pubblico
4) La Casa di San Giorgio
5) Lo sconto delle cedole del debito pubblico
6) Il rimborso del debito pubblico e i fondi di ammortamento
7) La partita doppia e la contabilità dello stato
8) La lotteria e il sorteggio delle cariche pubbliche
9) La stanza di compensazione
10) La tutela del capitale finanziario.

Nelle schede allegate al presente testo intendo mostrare che tali innovazioni contengono in embrione un buon numero di istituzioni finanziarie del mondo odierno e che in apparenza sono state realizzate nella città ligure prima che in altri paesi.
Ciò non significa che quanto si fece a Genova in tempi remoti sia rimasto intatto nei secoli e si sia trasmesso pari pari al nostro mondo; ovviamente vi sono stati ulteriori miglioramenti, adattamenti ai nuovi tempi e apporti da altri settori, ma quegli embrioni contengono già il principio regolatore, il concetto di base, l’essenza delle istituzioni oggi note.

Quanto alle priorità attribuite alla città ligure, si basano su due circostanze. La prima è l’esistenza a Genova di una fonte particolarmente feconda per la storia finanziaria, per cui è stato relativamente agevole risalire alle origini dei fenomeni qui esaminati; si tratta dell’archivio del Banco di San Giorgio la cui importanza eccezionale per la storia economica in generale, ma anche per quella politica e sociale, meritava che gli si dedicasse un’apposita scheda (n. 11). La seconda circostanza è che, a mia conoscenza, innovazioni simili a quelle qui illustrate non sono documentate in altri luoghi per epoche precedenti la loro comparsa a Genova. Il mio augurio è che la rivendicazione di questi primati possa stuzzicare altre ricerche i cui esiti, qualunque siano, non potranno che arricchire con beneficio comune le nostre conoscenze storiche e seguirne la successiva evoluzione.

Note:

1 Possente signore è messer Denaro: / nasce onorato nelle Indie / dove il mondo lo accompagna, / viene a morire in Spagna / ed è sepolto aGenova. ^