Giuseppe Felloni

 

 

Famiglia e governo nel pensiero economico genovese

 

Indice:

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1. La famiglia

a. L'unità e la struttura del patrimonio
b. Una cultura economica di origine sperimentale
c. Gli investimenti
d. Le spese domestiche tra oculatezza e prestigio
e. La salvaguardia della discendenza

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2. L'amministrazione pubblica

a. Premessa
b. Vita politica e tendenze economiche
c. Governare l'economia

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1. La Famiglia

a. L'unità e la struttura del patrimonio

Credo si possa tranquillamente affermare che la famiglia, considerata sotto l'aspetto affettivo, del costume e della legge, costituisce una delle istituzioni portanti della società genovese nel periodo dell'antico regime. In quanto polo aggregativo basato su vincoli di sangue, legami di parentela più o meno estesa e rapporti di subordinazione o semplice convivenza, essa predomina in tutti i ceti sociali. Ne intravediamo la presenza, ma sarebbe difficile dire quanto estesa, tra gli inurbati di fresca data e negli strati più miseri della popolazione, quelli a cui è rivolta la carità privata o che vengono alla luce quando un'urgenza pubblica (una guerra, una carestia, un'epidemia) induce il governo a fare la conta di tutti per imporre servizi, distribuire aiuti, controllare il contagio. Molto meglio documentata è la presenza della famiglia tra coloro che godono di maggiori mezzi di sussistenza, tra i ceti di più antico radicamento cittadino e, in particolare, tra quelli di origine nobiliare che hanno usato il lignaggio comune, la reciproca parentela o l'appartenenza al medesimo clan per scalare il potere politico ed economico.

La legislazione genovese, dai frammenti più antichi ai corpi statutari più recenti, è molto sensibile all'istituto della famiglia, intesa come gruppo coniugale semplice od esteso, e lo regola con norme evidentemente recepite dal diritto canonico.

Un diritto di famiglia è già presente negli statuti c.d. di Pera, composti di leggi risalenti alla fine del XIII secolo e completati agli inizi del ‘300, anche se la sua visione d'insieme è ostacolata dalla dispersione delle norme. Il primo libro contiene alcuni "capitoli" riguardanti il diritto agli alimenti (del figlio ai genitori e nonni indigenti, del padre a figli o figlie anche emancipati che non abbiano o possano avere redditi adeguati e decorosi, degli eredi alle figlie dotate nel periodo tra la morte del padre ed il matrimonio) e la possibilità per la vedova di agire contro gli eredi per recuperare la dote e quant'altro le spetta. La maggior parte delle disposizioni sulla famiglia è però contenuta nel libro terzo, dove sono trattati principalmente, nell'ordine, la tutela dei minori (emancipazione, affidamento al congiunto che dia migliori prospettive di conveniente sistemazione ed educazione, dovere dei tutori e curatori di salvaguardare il patrimonio amministrato depositando il denaro in banca, investendolo in società commende e mercatura, vendendo beni solo mediante pubbliche aste), i diritti delle vedove (rimborso della dote ed antifatto, alimenti e vestiario se sono in causa per averlo), la dote e l'antifatto, la condizione della moglie (diritto ad un trattamento maritale ad lectum et ad mensam et in ceteris necessariis secundum suum posse , diritti sui beni del marito assente per più di tre o sei anni, obbligo di non abbandonare il buon marito sano di mente sotto pena di perdere dote ed antifatto), la successione legittima (che, fatti salvi i diritti della vedova e le donazioni, riserva i beni paterni ai figli maschi ed esclude dall'eredità le figlie nubili, sposate o monacate ed i figli entrati nei ranghi ecclesiastici) e quella testamentaria (basata su atto notarile ed in cui l'eredità si devolve secondo quanto disposto dal testatore, che privilegia sempre la discendenza maschile pur ammettendo donazioni e legati alle figlie).

Negli statuti successivi, muta la collocazione delle norme sulla famiglia, alcune scompaiono, altre si aggiungono. Si sancisce più chiaramente la libertà di istituire fedecommessi e sostituzioni; si definiscono meglio certi aspetti della tutela e della curatela ammettendo la madre ad esercitarla a certe condizioni; si riconosce alle figlie il diritto alla dote anche se il padre non l'ha stabilita o se si sono maritate senza il suo consenso; si permette ai figli conviventi emancipati di negoziare pubblicamente in assenza di un'opposizione esplicita del padre e comunque rispondendo legalmente solo di ciò che riguarda il loro negozio; le donne, anche se maggiori di anni 25, non possono obbligarsi senza il consenso del marito se sposate o del padre se nubili, ma quelle emancipate che esercitano un'attività economica possono impegnarsi liberamente per quanto la riguarda; ecc. Non è detto che le disposizioni di legge sulla materia siano sempre rigorosamente rispettate e si ha l'impressione che nel corso del tempo la rigidità dell'impianto vada attenuandosi. Ciò nonostante, il diritto di famiglia resta imperniato sull'attribuzione della patria potestà al padre (od in sua assenza all'avo paterno) e sulla subordinazione di moglie, figlie e figli conviventi, anche se emancipati, senza che si alteri sostanzialmente il punto di vista da cui promana: quello del capofamiglia che impone un modello organizzativo basato sul proprio primato e su un assetto ordinato dei rapporti gerarchici e giuridici entro il nucleo famigliare, lui vivente e dopo la morte.

L'impianto normativo su cui si regge la famiglia genovese, qui sommariamente delineato, apre uno spiraglio sui suoi risvolti economici. Alla struttura unitaria soggetta alla potestà paterna corrisponde infatti un'analoga unità patrimoniale: i beni della famiglia, se non soggetti a fedecommessi od altri vincoli, sono di proprietà del pater familias ed a lui spetta ogni potere decisionale in materia. Naturalmente di patrimonio famigliare si può parlare soltanto quando assume una dimensione significativa, il che non si verifica per coloro che vivono alla giornata o di puro salario e neppure per gli artigiani e piccoli commercianti, che possono arrivare a qualche bene di consumo durevole, forse alla proprietà della bottega o del fondaco, ma non oltre. Una consistente disponibilità di beni si ritrova solo nella cerchia ristretta della borghesia medio alta e principalmente nella nobiltà ed è in queste élites che se ne possono indagare gli aspetti economici.

Il complesso dei beni amministrati dal capofamiglia costituisce quella che nel linguaggio del tempo è chiamata "azienda" e comprende tutti i beni posseduti a qualunque titolo (immobili, oggetti domestici di maggior pregio, titoli pubblici, denaro contante), le operazioni mercantili, industriali e finanziarie svolte in proprio, i redditi ottenuti, le spese domestiche, i costi di produzione ed i risultati netti delle compartecipazioni ad affari di terzi od a compagnie di negozio di cui il pater familias è socio. Si tratta di un complesso produttivo, in cui il guadagno non è lo scopo unico del titolare, ma un mezzo per assicurare il mantenimento e l'elevamento della famiglia che egli governa. La gestione dei beni consiste perciò in una serie di scelte per conciliare gli investimenti più convenienti con gli interessi propri della famiglia che non hanno necessariamente una base od un risvolto economico; di fatto, la strategia del capofamiglia risponde a motivazioni morali, giuridiche, sociali ed economiche, tese da un lato alla produzione di reddito e dall'altro alla sua erogazione per il bene supremo della famiglia, in un intreccio inestricabile di mezzi e di fini.

I sentimenti religiosi, ad esempio, sembrano coltivati come aspirazione al trascendente, ma anche in funzione economica. Sino al Cinquecento avanzato nel frontespizio dei registri contabili sono frequenti le invocazioni alla benevolenza divina per ottenerne lucro materiale e salvezza dell'anima, ed un concetto analogo - pudicamente senza l'accenno alla salvezza eterna - si ritrova talvolta nell'intestazione del conto economico generale: "Avarie (ossia perdite) che Dio guardi e Avanzi (cioè profitti) che Dio prosperi". Un caso in apparenza paradossale, ma non unico nel suo genere, è quello di Giovanni Cicala Brignole che, estrapolando arditamente dal sermone 86 di Sant'Agostino ( Fac locum Christo cum filiis tuis, accedat familiae tuae Dominus tuus ... ), nel 1542 associa agli affari Gesù Cristo attribuendogli una partecipazione di 150 lire, gli apre un conto regolare ( Iesus Christus Deus et dominus noster particeps ) e gli accredita una parte degli utili che dispenserà in beneficenza a nome del socio. Forte dell'autorità del Santo ( Quod enim dabis Domino tuo, et tibi proderit et filiis tuis ) egli ritiene che il Padreterno, considerata la destinazione dei guadagni che otterrà dalla partecipazione, non mancherà di incrementarli a beneficio dei poveri premiando nel contempo l'astuto Giovanni; ed in effetti, chiudendo il mastro quattro anni più tardi, il patrimonio netto del socio terreno risulta cresciuto da 62.500 a 78.000 lire e la quota di Gesù da 150 a 400 lire.

Conseguenze più o meno profonde sulla gestione aziendale possono derivare da altri fattori non economici. La loro presenza nella contabilità aziendale può manifestarsi ad esempio sotto forma di vincoli legali a cui il titolare soggiace. E' il caso di Giacomo Filippo Carrega, che nel 1785 ha un patrimonio netto di 4 milioni di lire, ma di un suo terzo ha soltanto i frutti senza poter intervenire sul capitale che è stato vincolato dai suoi maggiori a sostegno perpetuo della famiglia; come lui si trovano decine di altri nobili che, avendo accettato l'eredità paterna, debbono rispettare gli investimenti scelti dai predecessori a presidio economico della stirpe ed accontentarsi di gestire solo il patrimonio libero. Oppure si presenta sotto forma di scelte indifferenti al loro costo ed ispirate alle più varie passioni umane. Il notaio Ettore Vernazza impegna gran parte del proprio denaro per creare ospedali, opere benefiche ed istituzioni religiose. Giuseppe Maria Durazzo usa allegramente le ricchezze per appagare il gusto dell'arte: nel 1670 acquista a Venezia due blocchi di complessivi 23 quadri d'autore, tra cui due di Paolo Veronese, due del Tintoretto, cinque di Tiziano, ecc.. Un altro Durazzo, Giacomo Filippo III, crea un museo di storia naturale, è accanito bibliofilo e mecenate di cultura. Altri ancora sono mossi da ragioni più comuni: passioni di cuore, inclinazione per il lusso, febbre del gioco, ecc.

L'influenza dei fattori non economici sulla gestione dei beni patrimoniali, tuttavia, si manifesta pienamente in altre circostanze, quando il pensiero della fine libera l'animo dalla ricerca del guadagno e dà respiro a preoccupazioni più alte, che non spregiano i beni materiali ma li piegano ad usi più nobili. Il documento principe per esplorare questi momenti è naturalmente il testamento che, secondo lo schema uniforme applicato dai notai genovesi, inizia con la raccomandazione dell'anima alla misericordia divina e le disposizioni per il funerale, prosegue con l'indicazione dei legati pubblici e privati, si conclude con la nomina degli eredi e le condizioni cui sottopone la successione. Già dalla parte iniziale è possibile cogliere una propensione generale per un funerale solenne (e costoso) a cui si contrappone di solito una notevole parsimonia nel denaro che, su richiesta esplicita del notaio, il testatore intende lasciare delle opere pie della città. Sovente egli risponde di "non avere nulla da lasciarle", salvo passare subito dopo alla distribuzione dei propri beni. Altre volte la risposta è positiva, ma assai parca: nel 1675 un Clavesana vuole la partecipazione al funerale di tutti i sacerdoti della Chiesa del Carmine, a ciascuno dei quali dovrà darsi "per elemosina" un torchio di cera da sei libbre, e di sei monaci di Santo Stefano che avranno un torchio da cinque libbre purché lo accompagnino sino alla fine di strada Lomellina (!); tuttavia alle quattro opere (ospedali di Pammatone e degli incurabili, Riscatto degli schiavi, Ufficio dei poveri) destina soltanto cinque soldi ciascuna.

In osservanza di leggi del 1642 e 1645 il notaio è tenuto a chiedere denaro anche per la repubblica e il nuovo armamento, ma il rifiuto è ancora più frequente che per le opere pie. Non mancano le eccezioni. Il caso più noto e tra i più semplici è quello di Francesco Vivaldi che nel 1371 vincola un capitale investito nel debito pubblico ((90 luoghi, pari a 9.000 lire, della compera magna pacis ), i cui frutti debbono impiegarsi nell'acquisto di altre quote possedute da terzi fino ad assorbire l'intero debito delle c.d. compere del capitolo (allora ascendente a 1,04 milioni di lire); a quel punto il capitale dovrà essere devoluto allo stato che lo userà a propria discrezione. Un'altra eccezione è il fiero patriottismo di Ottaviano Grimaldi, che nel 1552 istituisce una dispensa i cui frutti andranno alla repubblica, purché "si mantenghi libera et senza dare obedienza a prencipe o tiranno che sia", ed alla Casa di San Giorgio se il deprecato evento si verificasse. Addirittura commovente è la giustificazione di Gio Stefano Centurione nel suo testamento del 1688: "desideroso di lasciare alla mia serenissima repubblica qualche segno di gratitudine dell'avermi colla sua indefessa applicazione e dispendio del proprio erario fatto godere il prezioso e non mai abbastanza lodabile tesoro della libertà, et ancora per dimostrazione dell'ardente desiderio che sempre ho avuto per la sua conservazione, grandezza e piena felicità di tutti li suoi cittadini e miei compatrioti, le lascio scuti sei mila d'oro da lire nove s. 8 per scuto", da moltiplicarsi per l'armamento e il mantenimento di sei galere.

Altri sono più sensibili ai disagi sociali provocati dalla pressione fiscale con cui la patria si alimenta. I meccanismi pensati per ridurre le imposte, sovvenire i poveri o costruire ospedali sono basati sul moltiplico, ossia su un capitale iniziale da accrescersi all'interesse composto fino a formare la somma necessaria; i tempi di realizzazione sono per lo più molto lunghi, dell'ordine di decine o centinaia di anni, ed il meccanismo può essere molto elaborato, se il fondatore del moltiplico nutre grandi ambizioni. Paolo Doria, nel 1486, vincola 5 luoghi che dovranno accumularsi per crescere fino a 1.000 (al 5% ci vorrà più di un secolo !); a quel punto, 900 saranno impiegati per ridurre le imposte e gli altri 100 vincolati sino a diventare 1000 (occorreranno 47 anni), dei quali 900 per diminuire le imposte e 100 per moltiplicarsi sino a 1000; e così via in perpetuo.

Molto più complesso è il sistema concepito nel 1565 da Battista Grimaldi, che partendo da un capitale iniziale di 2.250 luoghi immagina di sottoporlo ad un primo moltiplico fino a 31.000, di cui 8.000 dovranno moltiplicarsi sino a 32.000, di cui 8.000 dovranno moltiplicarsi sino a 32.000 e così via; ogni moltiplico della serie dovrà impiegarsi per 3/8 a beneficio dei tre figli e loro discendenti e per il resto in acquisti di grano per tempi di carestia, lavori edilizi al palazzo ducale, istituzione di un monte di pietà, opera del porto e molo, manutenzione dell'acquedotto e cisterne, riscatto di schiavi, apertura di quattro camere nell'ospedale per mantenervi quattro anziani di onesti natali in malattia e vecchiaia, doti a fanciulle povere, fabbrica del duomo e finanziamento di altre istituzioni religiose inclusa una cantoria. Dunque una prospettiva grandiosa di interventi, spalmata in perpetuo nel corso dei secoli.

Questi non sono certo casi isolati: in età moderna i fondi a cui la repubblica attinge per coprire bisogni straordinari provengono in buona parte da donazioni private. Ma nel complesso i legati per opere di utilità sociale non sono frequenti: i massimi enti di beneficenza pubblica, il Magistrato di Misericordia e l'Ufficio dei Poveri, devono le loro ingenti risorse a poche centinaia di benefattori.

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b. Una cultura economica di origine sperimentale

Al di là di possibili motivazioni di altra natura, non c'è dubbio che le scelte del capofamiglia sono largamente condizionate dal fattore economico nel senso che tendono consapevolmente all'accumulazione del capitale. Quali siano le concezioni prevalenti in materia di economia privata è un argomento di cui lo sparuto manipolo di studiosi, riformisti ed economisti del tempo si è quasi del tutto disinteressato: le sole eccezioni di rilievo sono forse Andrea Spinola e Gio Francesco Spinola. Data la mentalità pragmatica prevalente a Genova, la condotta degli affari si adegua semplicemente a criteri generali ed a pratiche ormai collaudate dalla tradizione o dall'esperienza personale, senza avvertire alcun bisogno di sistemazioni dottrinarie.

Questa posizione che privilegia l'esperienza consolidata della società (la tradizione) e quella maturata con il coinvolgimento personale discende da una filosofia generale assai diffusa nell'ambito locale e felicemente condensata nelle riflessioni che un notaio di San Giorgio ha tramandato ai posteri: « Attento ! Diffida delle blandizie e dei sotterfugi, non credere sempre a quanto ascolti, ma spesso credi all'opposto, nel dubbio chiedi consigli, altrimenti non rispondere e se sarai gradito agli altri, ne sarai compensato » (Siste, blanditiis, lucra et subterfugia cave, incredulus audi, sepe contraria crede, consumere in dubiis, solus rispondere nolli et, si gratis aliis, tu suppleturus eris). Per conoscere a quali principi concreti si ispiri l'azione economica bisogna rivolgersi al mondo degli imprenditori, che fortunatamente non sono 0privi della capacità di rielaborare l'esperienza quotidiana in termini astratti.

Gregorio di Negro, modesto uomo d'affari di fine Quattrocento, in apertura del suo mastro li sintetizza così: "parla poco e, se sei mercante teso al guadagno, scrivi molto e rifuggi dalla pigrizia, ovunque tu sia" ( Virtutem primam puto esse compescere linguam. Si mercator eris, si lucro intentus et ardens, non parcas calamo nec piger sis in omnibus oris ). Andrea Spinola, scrittore politico ed osservatore della società genovese, dedica alla mercatura poche pagine che sono in realtà una serie di consigli di tecnica commerciale e di organizzazione aziendale. Secondo gli esperti, egli dice, il commercio può dare buoni guadagni, se è fatto bene; ed elenca i loro consigli tra cui emergono i seguenti: il mercante deve impiegare denaro proprio, se può, oppure altrui, ma pagato non più del 6%; non deve vergognarsi di occuparsi materialmente delle pratiche doganali, del magazzino, dello stivaggio sopra buoni vascelli con adeguata copertura assicurativa; tratti anche mercanzie vili o minute e non rifiuti i piccoli guadagni per pigrizia, "perch'egli non solo dev'esser lontano da tal difetto, ma ha da essere diligente et attivo"; tenga sempre un fondo in contanti accetti ai venditori forestieri; tenga nello scagno 2 o 3 giovani selezionati con cura, dopo aver preso informazioni su "ciò che spendono nel vestir, nel viver ordinario, ne' piaceri e sopra tutto se giuocano e quali compagnie hanno"; abbia una contabilità precisa ed aggiornata e curi assiduamente la corrispondenza; preferisca sempre "un mediocre guadagno fatto a contanti ad un grande da farsi a tempo et a credenza".

Gli stessi concetti, in forma più elaborata, ed altri analoghi si ritrovano a metà Seicento in Gian Domenico Peri, un esperto che nella sua opera sull'arte della mercatura dedica molte pagine alle tecniche ed ai comportamenti che l'uomo d'affari deve seguire perché il "negozio" gli sia profittevole, ossia gli permetta di conservare le ricchezze se ricco o di acquisirle se povero. Se il padre di famiglia vuole migliorare la situazione patrimoniale, la sua condotta economica deve conformarsi a quella del buon "negoziante', a cui si richiedono più cose.

Sotto l'aspetto umano, secondo Peri, deve essere generoso verso i poveri perché il denaro impiegato "in servigio d'Iddio [...] rende cento per uno" (ib. p. 36); sia riservato negli affari e parco di parole; procuri d'essere amato dai suoi dipendenti occupandoli solo nelle cose necessarie e secondo le loro capacità, dandogli un compenso onesto, invogliandoli con una compartecipazione nei propri affari e concedendo confidenza solo a chi si dimostra fedele.

Sotto l'aspetto tecnico-professionale sono necessari: una buona istruzione in latino, scrittura, abaco e possibilmente la conoscenza di altre lingue ("perché allargandosi in negotii con nationi straniere giova assai per l'acquisto della loro amicitia e per introdurre la corrispondenza con loro l'accomodarsi nel parlar e nello scrivere alla loro usanza") (ib. p. 6); un tirocinio accurato in una piazza mercantile, possibilmente di mare, dapprima con il padre "purché sia persona sperimentata" (ib. p. 24) e poi altrove, in una casa commerciale "di gran faccende in ogni sorte de negotii" (ib. p. 26); un'agenda delle cose da farsi giorno per giorno e la presenza quotidiana in ufficio (lo "scagno") per informarsi di quanto occorre, controllare il denaro in cassa per impiegare l'eventuale eccedenza rispetto ai bisogni.

Infine, il buon negoziante verifichi di frequente i conti dell'azienda e l'andamento degli affari in corso, curi il sollecito disbrigo della corrispondenza, provveda personalmente o tramite gli impiegati alla sistemazione ordinata di tutte le carte dell'azienda, alla verifica scrupolosa delle monete date o ricevute, all'annotazione tempestiva dei movimenti di denaro; si occupi di mercanzie di facile smaltimento per non dover prendere denaro a prestito; allacci rapporti con altre piazze soltanto se vi ha una filiale o se può contare su corrispondenti amici, della cui situazione si terrà aggiornato mediante informatori affidabili; non si lasci tentare dal seguire le orme di chi è diventato ricco in breve tempo, ma proceda lentamente pronto a cogliere le occasioni quando si presentino. (ib. p. 37)

Verso i medesimi obiettivi del Peri e su un binario complementare puntano gli ammaestramenti che pochi anni più tardi Gio Francesco Spinola raccoglie in un trattato destinato al primogenito e dà parzialmente alle stampe (1670), nonostante la morte prematura del figlio, perché l'esperienza di molti anni non vada perduta; nelle intenzioni dell'autore, l'opera doveva comporsi di due parti, di cui la prima dedicata all'economia domestica e la seconda al governo politico della repubblica, ma solo la prima è stata effettivamente pubblicata ed è quella che qui interessa presentare perché specchio di una realtà colta con straordinaria aderenza e finezza di analisi.

L'impostazione dello Spinola è inquadrata in una visione religiosa più convinta e profonda che nel Peri: i beni temporali sono concessi dalla liberalità divina, ma l'uomo ha il dovere di "goderli parcamente per uso proprio e di conservarli a beneficio della Patria, dei posteri, dei bisognosi e degli amici". Il timore di Dio deve ispirare il padre di famiglia e guidarlo nella conservazione delle facoltà e nella cura della casa, in modo che ciascuno resti nel proprio ruolo, non abbia più del dovuto e non manchi del necessario; a questi compiti egli deve dedicare la mattina a maggior gloria di Dio, riservando "qualche poca parte" della giornata all'esame di coscienza e senza consumare il tempo in troppe messe o pratiche devozionali, se gli impedissero il governo domestico. (ib. pp. 1-2) La carità cristiana esige che si dia ai poveri non solo quanto si ha di superfluo, ma eventualmente a sacrificare anche il necessario, perché - sembra di risentire il Peri - ciò assicurerà i beni eterni ed aumenterà anche i temporali; ancora più gradita a Dio sarà quell'elemosina che si accompagna alla virtù interna, ad una "moderata parsimonia intorno all'uso della ... casa, con risecare ciò che havesse di troppo del delitioso o fusse fomento di soverchia ambitione". (ib. pp. 5-6) In materia di educazione, Gio Francesco Spinola si sofferma soprattutto sulle austere discipline che servono a formare un gentiluomo ed un cittadino (pp. 6-9), consiglia allo stesso scopo la conoscenza di francese e spagnolo, suggerisce di evitare la lettura di libri vani "come di poeti, romanzi, novelle, di cavalleria e simili", ma nulla dice di specifico sull'istruzione necessaria per la gestione dell'impresa, evidentemente perché può giungere solo dalla pratica quotidiana. (ib. pp. 10-12).

Con dovizia di osservazioni e suggerimenti egli si sofferma invece sull'economia domestica propriamente detta e sull'attività produttiva con considerazioni che bene integrano, sotto il profilo della politica aziendale, quelle di ordine più concretamente pragmatico formulate dal Peri. Il suo pensiero si fonda su due concetti: il dovere morale di tutti i padri di famiglia di conservare e migliorare i propri beni a beneficio dei discendenti e quello di contribuire all'alimento materiale di una patria libera, retta a repubblica, nella quale si ha avuto la ventura di nascere e che "non ha erario più opulento delle borse dei suoi cittadini" (ib. p. 59). Dunque vi è l'obbligo di aumentare le ricchezze (virtuosamente) e l'ideale sarebbe di investirle proficuamente entro i confini dello stato; poiché tuttavia il dominio è sterile, angusto e incapace di dare lavoro a tutti, potrà fornire quanto meno un luogo per abitarvi. In passato la scarsità delle risorse ha indotto molti ad investire denaro in rendite estere e specialmente spagnole, dalle quali sono derivate gravi perdite; sarebbe opportuno liquidare quelle dei principi ostili alla repubblica e conservare presso di sé i capitali infruttiferi oppure prestarli a modico interesse a debitori sicuri od ancora impiegarli in traffici marittimi quando sarà superata l'attuale stagnazione dei commerci. Il meglio sarebbe ripartire i capitali in tre quote, di cui una investita in stabili all'interno dello stato, l'altra in rendite e l'ultima da conservarsi in contanti o darsi a cambio, in attesa della ripresa degli scambi. A Genova, ricorda il Nostro, gli impieghi si limitano a rendite ed a crediti fruttiferi, ma quando si estinguono debbono essere rinnovati; in caso contrario bisogna ridurre le spese al di sotto dei minori redditi e non procedere a quelle se questi non sono stati riscossi prima. (ib. p. 62)

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c. Gli investimenti

Dalle regole di condotta che, secondo le opinioni sin qui esposte, debbono improntare il comportamento del capofamiglia discendono le scelte concretamente fatte in termini di attività produttive: in quali settori sono impiegati i capitali ? In quale proporzione sono tra loro gli investimenti da sicurezza e quelli da reddito ?

I criteri generalmente seguiti dai ceti benestanti genovesi in materia di impiego dei loro capitali non rispecchiano esattamente le proporzioni consigliate dallo Spinola, ma neppure se ne discostano molto. Alcuni sondaggi compiuti su due gruppi di aziende domestico patrimoniali, uno riferibile al tardo Cinquecento e l'altro a fine Settecento, mostrano tra loro un'apprezzabile concordanza per quanto riguarda gli investimenti in beni stabili ed arredi domestici (rispettivamente il 15 ed il 21 % del patrimonio ) e quelli in censi e titoli pubblici (42 e 35 %); dunque mezzo capitale (non due terzi) investito in immobili ed in solidi impieghi a lungo termine e l'altra metà (non un terzo) in operazioni a breve-medio termine (mercatura e mutui privati).

Non tutti gli investimenti producono reddito. Una norma di sana prudenza suggerisce di ancorarne una parte a qualcosa di concreto. I beni più solidi, di ampio mercato e meno sensibili alle vicende della congiuntura, sono senza dubbio gli immobili, alla cui proprietà possono accedere soltanto i ceti benestanti. Tra essi prevale la casa di abitazione, che consacra lo status sociale della famiglia, raccoglie le memorie delle successive generazioni, è il cuore dell'attività economica dell'azienda ed esibizione della sua solidità finanziaria. In quanto dimora usuale del capofamiglia, ha un posto privilegiato tra i beni della casata. Ne è consapevole Gio Battista Spinola quando nel 1499 decide la destinazione della domus magna posta a Luccoli, che con gli arredi, attrezzi, aste in ferro per tende e baldacchini, ante vetrate delle finestre, ecc. ha un valore di 6.000 lire: andrà al primogenito Oberto che dovrà versare agli altri tre coeredi un quarto del suo valore; e se lui od i suoi discendenti intendessero trasferirsi altrove, subentri un'altra linea di discendenti che dovrà rimborsargli la stessa cifra nonostante i miglioramenti intervenuti.

L'ampiezza della dimora famigliare cresce nel tempo, perché l'aumento numerico dei componenti (soprattutto dei figli maschi emancipati o maritati) viene assorbito aggregando all'edificio avito appartamenti e case contigue. Come hanno dimostrato gli studi approfonditi di Grossi Bianchi e Poleggi, questa agglomerazione è evidente già nel primo Quattrocento e persiste inalterata per buona parte del Cinquecento, quando si verifica una trasformazione radicale: il trasferimento della nobiltà in nuovi palazzi più ampi e lussuosi, sorti sul corpo informe degli antichi insediamenti oppure edificati ex novo ai margini della città medievale secondo un disegno urbanistico unitario.

Gio Francesco Spinola, tra i suoi precetti, non trascura la casa, in un'ottica piena di buon senso ma alquanto superata dalle mode del tempo. La dimora sia comoda e renda piacevole lo starvi ritirati, pensando a se stessi e senza trattenersi in compagnie esterne che sono spesso di scarsa soddisfazione. La casa abbia dimensioni mediocri: un "palazzo" non si confà alla condizione di gentiluomo, non tiene conto della natura aleatoria della ricchezza e comporta grandi spese per mobili, arredi e servitù; se si volesse mantenerlo con la stessa parsimonia di una piccola abitazione, si avrebbe il risultato di riempire cortile, portico e scale di solitudine e nel salone maestoso vi sarebbe solo "una donna intenta ad eseguir col fuso gli ordini più minuti della padrona" (ib. pp. 49-50). L'immagine, evocata come un evento deprecato (ma già in atto), sarà una realtà frequente mezzo secolo più tardi; nel 1728 il barone Charles de Montesquieu, visitando Genova, noterà la presenza di privati ricchi a milioni che non spendono nulla e di bei palazzi ove sovente vi è solo una serva che fila, mentre i fondi sono ripieni di mercanzie ed il piano superiore è abitato dal padrone.

Il palazzo, sebbene cuore pulsante della famiglia, non rende nulla ed anzi, come saggiamente osserva Gio Francesco, comporta spese ingenti per l'arredo, il mantenimento, i ricevimenti. Quando egli lo sconsiglia, tuttavia, è ormai una realtà diffusa nell'aristocrazia cittadina: tra il 1528 e la metà del Seicento ne sono stati costruiti più di un centinaio, di cui una metà con piano di rappresentanza di maggior altezza, mezzanini di servizio, atrio e scaloni monumentali. Al palazzo possono essere assimilate le ville edificate in gran numero nei quartieri suburbani e luogo abituale di villeggiatura, che ripropongono in chiave arcadica lo stile di vita cittadino; i luoghi prediletti sono la collina di Albaro, che il Peri descrive come "una gran città villereccia composta di molte ville ...(che) avanzano la magnificenza delle pubbliche reggie", ed i luoghi di Sampierdarena, Cornigliano e Pegli, dove secondo M. Vinzoni "molti cavalieri e cittadini di Genova vanno spesse volte ad abitare per la temperie dell'aria, particolarmente d'inverno".

Una situazione particolare contraddistingue i feudi, che per le loro caratteristiche storiche, giuridiche ed economiche sono accessibili solo a poche famiglie. Il loro acquisto, purché non incida sulle risorse correnti, è altamente raccomandato da Gio Francesco Spinola, perché il possesso di un feudo dà reputazione alla casa, le conferisce nobiltà e rappresenta "una honorevole ritirata in tempo di sinistra fortuna". (ib. p. 75) A seconda di ciò che rappresentano per i titolari, i feudi a cui l'aristocrazia genovese è interessata sono riconducibili a tre categorie: i feudi imperiali dell'Appennino, ossia quelli posseduti in virtù di un'investitura dell'imperatore, che sono i più ambiti anche perché, in caso di contrasto del titolare con la repubblica, non possono essere violati senza recare offesa all'imperatore; i feudi del Ponente la cui potestà suprema compete alla repubblica che li ha dati in beneficio in tutto o in parte; infine i feudi del Mezzogiorno, per lo più confiscati da Carlo V ai baroni ribelli e poi rivenduti a patrizi genovesi. Oltre ai risvolti positivi di ordine giurisdizionale e di immagine, i feudi forniscono redditi di vario tipo: imposte, prodotti dell'allodio, monopoli fiscali, servizi dei sudditi, ecc. ; e sono sovente un mezzo di accumulazione della proprietà terriera, ceduta al signore da contadini indebitati.

Tra gli immobili da reddito vi possono essere tenute agricole e forestali, ma i beni più diffusi sono quelli situati in città e costituiti da edifici interi, singoli appartamenti, botteghe e magazzini. Il nostro esperto di riferimento, lo Spinola, non ne è entusiasta per la tenuità degli affitti, che rendono meno degli altri investimenti, e per le inevitabili spese di manutenzione. Ciò non significa tuttavia che questi beni siano sprezzati. Da qualche calcolo un po' azzardato sembrerebbe che alla metà del ‘400 quasi l'80 % delle famiglie genovesi viva in case altrui; tre secoli più tardi, in base al catasto del 1751, la percentuale raggiungerebbe il 91 %. Se queste cifre sono valide, almeno come ordine di grandezza, ciò significa che la proprietà edilizia è concentrata nelle mani di un 10-20 % della popolazione; in altre parole gli investimenti immobiliari sono ricercati non solo per la casa d'abitazione, ma anche per il reddito che offrono. Quanto al ceto proprietario, secondo i dati del 1751 il patrimonio edilizio cittadino ammonta a 47 milioni di lire, di cui 36 milioni (il 77 %) appartiene alla nobiltà, 6 milioni ai ceti inferiori (il 13 %) ed il resto ad enti pubblici, ad opere pie ed istituti religiosi.

Il secondo ancoraggio delle fortune famigliari è costituito dai capitali investiti a lungo termine nel debito pubblico, soprattutto in quello genovese. Le quote ideali in cui è ripartito, dai luoghi delle prime compere del sale ai luoghi delle riforme trecentesche ed a quelli di San Giorgio, costituiscono per i risparmi famigliari, i patrimoni sotto tutela, gli enti religiosi e quelli assistenziali una salvaguardia che le fazioni civili in lotta tra loro rispettano tacitamente, perché si tratta di un investimento di cui tutte beneficiano. Essi continuano ad essere ricercati anche durante la repubblica, tanto più che dal tardo Cinquecento il loro reddito, sebbene modesto e declinante, è corrisposto in moneta indicizzata. Forse è proprio la solidità indiscutibile di questo investimento "nazionale" la ragione per cui Gio Francesco Spinola non ne discorre affatto. Egli preferisce soffermarsi sulle rendite dei principi esteri, tra le quali scarta subito i due regni con cui la repubblica può avere problemi, cioè Francia e Spagna. Gli stati italiani, in generale, non offrono prospettive incoraggianti perché - anche se per qualche tempo pagano puntualmente le rendite per conservarsi il credito - la loro fragilità finanziaria o qualche accidente possono far loro dimenticare le regole del buon governo. Si salvano invece le rendite pontificie, date le qualità morali del pontefice e le numerose amicizie di cardinali e prelati su cui Genova può contare; e le rendite della repubblica di Venezia, con cui non vi sono contrasti e che si è comportata molto correttamente con i capitalisti genovesi quando ha rimborsato i loro prestiti. (ib. pp. 70)

Un altro caposaldo delle aziende è la mercatura, largamente esaltata dallo Spinola come l'essenza dell'economia genovese, il mezzo di conservazione dello stato e quindi il fondamento della comune libertà. È dunque un'attività degna della condizione nobiliare e tale da suscitare quella stima e quel rispetto che tutti i principi mostrano per gli olandesi ed i rozzi svizzeri. Alla nobiltà genovese egli consiglia il commercio marittimo, svolto con armamento nazionale e limitato all'importazione per il consumo ed all'esportazione dei manufatti locali; ciò porterebbe ad un aumento dei traffici cittadini con vantaggio per l'industria, “essendo il negotio come un rivo, che dividendosi in piccioli canali va inaffiando diverse campagne” (ib. p. 67). Al di là del richiamo ai benefici che lo scambio reca alle attività economiche, che precorre di un secolo le concezioni degli economisti classici, è interessante il modo in cui i gentiluomini dovrebbero darsi alla mercatura: sotto forma di partecipazione e sotto la direzione di altri, oggi si direbbe di compartecipazione ad imprese altrui. Non è certo un consiglio estemporaneo: i formulari notarili del tempo contemplano numerosi atti di questo genere, segno di una pratica diffusa perché concilia il guadagno ricavabile dal commercio con la scarsa esperienza dell'associato aristocratico, con la necessità di servire degnamente lo stato se fosse chiamato a qualche ufficio pubblico e, forse, con un costume di vita ormai staccato dal commercio peripatetico sui mari od in piazze lontane. Ma, avverte Gio Francesco, il giovane non si lasci assorbire interamente dal commercio e dalla brama di moltiplicare il guadagno anche con denaro a mutuo; la maggior ricchezza non sarebbe una ricompensa adeguata al rischio di perdere la propria anima nel denaro, di menomare la reputazione e il decoro della casa, di assoggettare la propria libertà d'azione ai creditori. Se poi si dovesse affrontare qualche rovescio di fortuna od un maggior carico di famiglia, allora - piuttosto che ricorrere all'aiuto di terzi o vivere miseramente con un ufficio pubblico - sarebbe meglio dedicarsi anima e corpo al commercio, qui od altrove, avendo cura all'estero di guadagnarsi la stima di quei mercanti, di non ostentare i propri guadagni come hanno fatto maldestramente molti connazionali in passato (allusione all'odio degli spagnoli per i genovesi colà stanziati) e di migliorare le proprie sostanze per godersele più tardi in patria, “a Dio piacendo”, con vantaggio di tutti. (ib. pp. 69-70).

Dal quadro delineato da Gio Francesco sono assenti quasi del tutto gli impieghi in affari di cambio, un'attività a cui Gian Domenico Peri dedica invece la propria attenzione per illustrarne i meccanismi tecnici. Lo Spinola ne accenna soltanto in altra sede come un investimento a brevissimo termine, utile per non lasciare il denaro inoperoso e prontamente liquidabile se si presentassero affari mercantili lucrosi. In effetti, l'epoca d'oro dei cambi è tramontata da tempo, quando il denaro raccolto tramite le fiere permetteva ai banchieri di concedere prestiti lucrosi a terzi (soprattutto alla corona spagnola), dirottarli dove sarebbero stati spesi e ricuperarli in breve. Ora, sebbene continui a praticarsi con l'intermediazione delle fiere, il commercio dei cambi è una pura compra vendita di crediti, che frutta al proprietario del denaro un interesse molto tenue ed all'intermediario una provvigione ancora più modesta; le masse di denaro che, in alcune contabilità private sono registrate come cambiali inviate in fiera non debbono abbagliare, perché come contropartita vi è una mole poco diversa di cambiali che tornano da essa. Ciò che lo Spinola non può ancora avvertire è un altro tipo di impiego dei capitali, che qualche decennio più tardi prenderà corpo nelle fiere sotto forma di prestiti pluriennali ad enti pubblici francesi e poi gradualmente sboccerà in forme proprie: i mutui fruttiferi all'uso di Genova, pur essi frutto di una laboriosa ricerca empirica.

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d. Le spese domestiche tra oculatezza e prestigio.

Come gli investimenti di capitale non rispondono tutti ad obiettivi economici, così i suoi redditi non sono sempre consumati nella sua riproduzione. Del reinvestimento nel processo produttivo Gio Francesco Spinola non fa cenno, trattandosi di cosa pacifica, conseguente alla natura dell'attività economica. È evidente che la pigione degli stabili serva a pagare le spese di matutenzione, che liquidato un ciclo commerciale si impieghi il ricavo per iniziarne un altro, che riscosso un mutuo se ne conceda un altro, insomma che il capitale ridivenuto liquido sia reinserito nel ciclo produttivo senza modificare se non per forza maggiore la destinazione delle varie componenti patrimoniali. Ciò che interessa al nostro consulente è l'esame delle spese domestiche sulle quali ha molto da dire e da dirci.

Come prima norma sono da evitare i lussi eccessivi. Il capofamiglia incline a sfoggiare il proprio denaro perde la libertà d'azione che gli deriva dal possesso della ricchezza per diventarne lo schiavo. La gestione domestica deve essere mantenuta ad un livello tale da lasciare un margine sufficiente di risparmio; se si dovesse ridurre il tenore di vita per qualche motivo, anziché dissanguarsi per mantenere le apparenze sarebbe meglio ridurre la servitù per pagare puntualmente chi restasse in servizio, trasferirsi in una casa di minor pregio per spendere meno nella sua conduzione e vendere i mobili più preziosi e di minor uso.

Il governo della casa e la cura dei figlioli vanno affidati alla moglie, così da lasciare al capofamiglia le questioni più importanti. La scelta della moglie è dunque decisiva e ad essa lo Spinola dedica alcuni consigli che attinge dalle opere di Alessandro Piccolomini, ma che si ritrovano già in Iacopo da Varagine ed ancor prima in testi biblici, patristici ed alcuni medievali: per una scelta oculata della fanciulla occorre conoscere il padre ma specialmente la madre, che ella tende ad imitare, e badare all'onestà, più che alla ricchezza ed alla bellezza; come dice il Nostro il giudizio va affidato più all'orecchio (informazioni sui genitori e sulla riuscita di qualche sorella maggiore già maritata o monacata), che all'occhio (la venustà, che alletta come i fiori di primavera facendo trascurare i frutti delle altre stagioni) od alla mano (una dote pingue, ricercata come un affare in cui le virtù della moglie sono un accessorio secondario). (ib. pp. 34-37). Per ragioni di giustizia morale, chi gestisce la casa deve pagare puntualmente le spese relative, liquidando domestici, salariati ed artigiani senza dispute, rimostranze e pretesti per ritardare il dovuto; in questo modo si spunteranno prezzi migliori ed i fornitori faranno a gara per offrire i propri servizi. (ib. p. 27)

Tra le spese necessarie alla vita quotidiana vi sono quelle per l'abbigliamento, che deve essere conforme all'uso locale ma sempre discreto, per evitare in pubblico “di farvi seguitare con gli occhi”; (ib. p. 22) se non si deve indossare la toga senatoria, si rinunci agli abiti di seta consentiti alla nobiltà e si scelgano indumenti consoni alla temperanza per abituarsi alla frugalità e non destare invidia o rovinose competizioni in altri gentiluomini meno dotati di fortune materiali. Si bandiscano i profumi, le ciprie, i riccioli ai capelli, i nastri colorati ed altre vanità che sarebbero giudicate fatue e da perditempo; ma si abbia cura della pulizia della persona e degli abiti, senza trascurarsi e comportarsi in modo scomposto. Saltuariamente possono presentarsi altre spese imprescindibili che riguardano la sfera morale: sono quelle per l'educazione dei figlioli, per il matrimonio delle figlie, per la propria reputazione e salute fisica.

Il tema dell'educazione dei figli suggerisce allo Spinola varie considerazioni di ordine morale e psicologico, rivelatrici della sua finezza e disincantata umanità. Qui è sufficiente ricordare con lui che, per una felice riuscita, i fondamenti dell'educazione debbono provenire inizialmente dalla moglie e proseguire con un precettore, per quanto costoso possa essere, o affidandoli a qualche buon collegio od università; conclusi gli studi, al giovane di nobile estrazione si presentano solo tre possibili occupazioni: le lettere, le armi e la mercatura. Il padre faccia attenzione, ammonisce lo Spinola, a non imporre ai figli una scelta, ma a secondare “il loro genio”, il che soddisfa la coscienza ed offre una copertura morale in caso di sinistro. Se poi qualcuno intendesse dedicarsi alla religione, si valuti bene la solidità della sua vocazione e si eviti di incoraggiarlo al puro scopo di sistemarlo nella gerarchia ecclesiastica od alla corte di Roma: sarebbe una gravissima offesa a Dio come lo sarebbe se, avendo più figlie e volendo aumentare la dote di qualcuna per collocarla degnamente, si violentassero altre a prendere gli abiti religiosi.

A quelle necessarie Gio Francesco Spinola contrappone le spese superflue, a cui il capofamiglia di estrazione nobile non deve assolutamente abbandonarsi, perché sono foriere di inimicizie e possono portare lui e la famiglia alla rovina. Tra esse vi è il gioco ai dadi e alle carte per denaro, quando diventi abitudine e non sia semplicemente per compiacere un'ospite occasionale, le spese di ostentazione delle proprie ricchezze e quelle di una mensa sovrabbondante per soddisfare i peccati di gola. Ciò non significa escludere del tutto questo genere di spese; in misura moderata sono ammissibili e addirittura meritorie. Se si volessero accumulare tesori su tesori riducendo le spese al massimo, la parsimonia eccessiva potrebbe giudicarsi avarizia ed allora, prosegue il Nostro, si entra in conflitto con i disegni della provvidenza, che “ha constituito la fabbrica del mondo su l'ordine del reciproco e vicendevole bisogno che ha l'un paese dell'altro, l'una persona dell'altra”. E sviluppando l'argomento incalza: “Come può il ricco scansarsi dall'alimentar l'industria e il travaglio del bisognoso ? Come può il bisognoso viver del suo esercitio, se il ricco rinuntia alle delitie, alle magnificenze, à gli agi e comodità ?”. Quindi non si può condannare “chi a titolo di mantenere l'impiego delle arti vestirà con decenza e ornarà la casa, chi a titolo di sollevar la Città dal peso di nutrire gran quantità di persone a giornata augumentarà il numero de' servitori o altri operai, e chi in riguardo di bandir l'otio dalla povertà aspirerà ad habitar case più ampie et a goder di ville più amene e dilettevoli” (ib. p. 30). Lo stile è alquanto farraginoso, ma i concetti sono chiari: come non vedervi in embrione il Tableau économique di Quesnay (1758) o un'anticipazione del primo libro della smithiana Wealth of nations (1776) ?

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e. La salvaguardia della discendenza

Il problema della gestione del patrimonio famigliare non è l'unico a cui deve dedicarsi il paterfamilias . Altrettanto complesso e difficile è quello della sua trasmissione ai discendenti, la definizione della quale è affidata agli atti di ultima volontà e ne rappresenta anzi la funzione centrale. ; il nocciolo dei testamenti, infatti, è la parte contenente le disposizioni a favore della famiglia.

Le fonti genovesi documentano che, in linea generale, il patrimonio del defunto, al netto di spese, doti e legati, è assegnato ai figli; le femmine possono ereditare soltanto da padri o congiunti senza prole maschile. Tutto ciò è in accordo con le norme di legge, che però lasciano al titolare ampia libertà di organizzare come meglio crede i beni lasciati agli eredi; ed è qui, in questo spazio di manovra, che prendono corpo i timori, le speranze e le ambizioni del testatore.

Un argomento nevralgico è quello del rapporto tra il patrimonio e gli eredi: la quota di ciascuno sarà sufficiente per assicurare il suo mantenimento secondo gli standard famigliari ? Faranno buon uso dei beni ricevuti ? Potranno esserci delle situazioni particolari a cui sarebbe opportuno provvedere sin d'ora ?

La ripartizione pura e semplice tra i figli maschi risponde ad un criterio di equità, ma il loro numero è chiaramente in conflitto con la quota di ciascuno: se quello aumenta, questa diminuisce e viceversa. Sino al Cinquecento avanzato una prole numerosa appare la norma per i ceti superiori; dalle ricostruzioni genealogiche emergono nuclei famigliari con 10 figli o più, come accade nel Tre - Quattrocento per i fratelli Giorgio (doge) Raffaele e Antoniotto Adorno, che ne hanno rispettivamente 10, 12 e 15 tra maschi e femmine, per Giacomo Campofregoso con 10, per Angelo Lomellini con 14 o il nipote Napoleone con 17. Anche il matrimonio delle figlie è incoraggiato, mentre l'intenzione di monacarsi viene mortificata riducendo la relativa dote.

La dimensione della famiglia non costituisce sempre un problema: poiché le fortune genovesi sono soprattutto nel commercio di intermediazione tra piazze diverse, molti giovani sciamano all'estero e qui finiscono per accasarsi e stabilirsi; come dice il poeta, i genovesi sono così diffusi per il mondo che dove essi vanno o si fermano formano un'altra Genova .Quando invece il soggiorno all'estero è temporaneo, servendo solo per fare pratica di affari o come agenti della casa madre, allora il pensiero della famiglia numerosa e di una discendenza altrettanto prolifica può sollecitare il capofamiglia a prendere qualche misura.

Una soluzione possibile è quella scelta da Napoleone Lomellino (17 figli !), che nel 1387 distacca dall'asse ereditario destinato ai figli una certa quantità di quote del debito pubblico (luoghi) ed istituisce una "elemosina" perpetua congegnata nei termini seguenti: metà dei proventi annuali deve essere capitalizzata ed investita in altri luoghi; l'altra metà deve essere distribuita dalla moglie a sua discrezione, finché vivrà, ed in seguito dai tre discendenti maggiori d'età secondo particolari criteri ed entro tetti prestabiliti per ciascuna categoria: una messa quotidiana in perpetuo per l'anima sua, una parte ai discendenti poveri in linea maschile (assegno di studio per 8 anni ai maschi che volessero dedicarsi al diritto od alla medicina, dote alle femmine che vogliano maritarsi od entrare in convento, una pensione ai maschi ed alle femmine che restassero nubili), una parte alle figlie del testatore (vitalizio) ed ai loro figli primogeniti (somma una tantum ai maschi che qualche accidente rendesse bisognosi, dote alle femmine maritande o monacande); quello che avanza dovrà essere distribuito anzitutto tra i Lomellini poveri, cominciando dai più prossimi in linea trasversale, ed il resto agli indigenti estranei all'albergo.

Anche Lazzaro Doria q. Opicino ha parecchi figli (ne ha 10) e quando stende il suo testamento (1485) è preoccupato dalla constatazione che in città vi siano parecchie famiglie le cui fortune si sono estinte costringendo i discendenti a mendicare il vitto quotidiano. Perciò ordina che alla sua morte vengano acquistati 60 luoghi di San Giorgio che dovranno capitalizzarsi all'interesse composto per 80 anni, dopo di che i loro proventi annuali saranno distribuiti tra i discendenti in linea maschile a cura dell'Ufficio di San Giorgio, largheggiando a favore di coloro che fossero in condizioni peggiori.

Un sistema non molto diverso nei fini essenziali, ma assai più complicato nel meccanismo e più ambizioso negli obiettivi è quello concepito nel 1550 da Giovanni Gioacchino da Passano allo scopo di sostenere la famiglia e realizzare una serie straordinaria di interventi di pubblica utilità; purtroppo egli sembra assolutamente ignaro dei tempi effettivi di realizzazione dei successivi moltiplici o forse trascura volutamente tale aspetto per lasciare in primo piano la grandiosità del suo disegno (creazione nei territori aviti di un monte di pietà, una chiesa, un ospedale, un monastero, ecc.). Ciò che qui interessa sono i progetti per la famiglia, che prendono le mosse da un capitale iniziale di 5000 luoghi da sottoporsi a successivi moltiplici. La quota più consistente del montante dovrà dividersi egualmente fra i tre figli, che ne disporranno liberamente per un terzo, acquisteranno beni stabili per un altro terzo ed avranno l'usufrutto del resto, da vincolarsi a favore dei rispettivi discendenti; una seconda parte andrà alla moglie ed alle due figlie; una terza è destinata a congiunti bisognosi, fanciulle da maritare, schiavi cristiani da riscattare e genovesi in miseria con preferenza per gli abitanti nei territori della famiglia; un'ultima porzione dovrà impiegarsi nell'acquistare una casa a Padova da trasformarsi in collegio dei signori da Passano, nel mantenervi dieci studenti in diritto e in medecina (di cui cinque della famiglia, anche se bastardi) per un periodo massimo di 7 anni e al termine nell'aiutarli a "conseguire il dottorato et mettersi in ordine", con l'impegno da parte loro ad assistere gratuitamente la povera gente in giudizio e in malattia.

Un caso a se stante riguarda i soggetti che, essendo titolari di feudi, godono di una extra-territorialità che li sottrae al rispetto rigoroso della legge genovese. Ne abbiamo una controprova nel testamento cinquecentesco di Filiberto del Carretto, signore di Zuccarello ed altri territori del Ponente, che lascia una moglie, Peretta Doria, e sette figli. Dedotti i legati alla moglie e alle tre figlie, tutti i suoi beni feudali e allodiali passano al figlio primogenito Scipione. I tre figli cadetti, Prospero Aurelio e Ottaviano, hanno semplicemente diritto ad alloggio nella casa del primogenito, al vitto alla sua mensa ed a 50 scudi l'anno per il vestiario ed altre necessità; se desiderano abitare altrove, abbiano scudi 100 annuali; ponendosi al servizio di qualche principe, siano provvisti di due cavalli (uno per il fratello e l'altro per il servo) e di un appannaggio di 150 scudi fino a quando non guadagneranno una somma pari o superiore. In sostanza, si tratta di una trasmissione per primogenitura perpetua in linea mascolina, applicata anche da altri feudatari imperiali e che Gio Francesco Spinola esalta come il mezzo più sicuro di conservazione dei beni nell'ambito della casata. Vi sono invece dei feudatari (probabilmente quelli investiti dalla repubblica) che procedono alla divisione in parti eguali tra i figli, pratica perniciosissima, perché ha condotto famiglie "a seppelire in poca terra tutto il loro splendore per non haver saputo i successori staccarsi dall'otio promesso loro da un tenuissimo patrimonio" (p. 79); pertanto egli consiglia al figliolo, qualora gli pervenisse una parte di un qualsiasi feudo, di venderla prontamente o addirittura di donarla, per evitare preoccupazioni ed inimicizie per sé ed i discendenti (p. 78).

I problemi di successione patrimoniale derivanti dall'entità numerica della famiglia si aggravano a partire dal tardo Cinquecento, quando le attività tradizionali declinano e cedono il passo ad altre meno lucrose come il commercio su commissione per conto di terzi e soprattutto gli investimenti mobiliari, ossia attività gestite essenzialmente per mezzo di contatti epistolari. Una delle inevitabili conseguenze è che i figli ristagnano tra le pareti domestiche in misura maggiore del passato, inducendo il capofamiglia ad affiancare altre soluzioni a quelle già conosciute.

Una via d'uscita di tipo nuovo è segnalata agli inizi del Seicento da Andrea Spinola il quale, dopo aver lamentato che la prima cosa che si ricerca nella moglie non è “la soavità dei costumi” ma “ch'ella dia gran dote”, afferma di conoscere “non pochi li quali, doppo aver avuto li 30 o li 40 milla scudi, passato il secondo parto della moglie vorrebbon ch'ella divenisse sterile” ed osserva che lo stesso proposito è condiviso dalle consorti. Che non si tratti di semplici aspirazioni della coppia, ma che si tenti consapevolmente di concretizzarle lo dimostrano le indagini demografiche eseguite su un campione di famiglie aristocratiche di varia condizione economica. Tra la fine del Cinque ed il primo Seicento il numero delle nascite inizia lentamente a contrarsi, anzitutto perché i coniugi riducono deliberatamente la quantità della prole, che da una media di 6 figli per coppia a fine ‘500 scende a 5 nel giro di un secolo ed a 4 in seguito: ed inoltre perché questa diminuzione relativamente modesta riguarda un numero sempre minore di coppie, dato che nel contempo cresce il celibato definitivo maschile e femminile. Il regime demografico si trasforma ed al modello tradizionale in cui le nascite sono limitate soltanto dalla capacità creativa della moglie si sostituisce gradualmente quello moderno caratterizzato dalla limitazione volontaria delle nascite e dalla crisi della nuzialità. Con la riduzione della fecondità, diminuisce il ricambio generazionale e molte famiglie si estinguono: lo conferma il numero dei cognomi ascritti nel libro d'oro della nobiltà che, dopo aver superato a fine ‘500 le 500 unità, è di appena 300 circa nel 1621, di 155 a fine secolo e di 135 nel 1796.

Le nuove concezioni in materia di demografia famigliare e l'istituzione di fedecommessi di tipo tradizionale, basati sulla ripartizione paritetica dei loro redditi tra le discendenze agnatizie, non sembrano sufficienti a tutelare il patrimonio della famiglia nel corso del tempo. Lo afferma esplicitamente Gio Francesco Spinola: le misure applicate dai testatori sotto forma di fedecommessi "non sono state valevoli .. a riparare i posteri dalle calamità" e le rendite di investimenti solidi ed opulenti, che avrebbero dovuto nutrire i successori, sono state divorate dai prestiti vitalizi che costoro, non potendo attingere al capitale investito, hanno dovuto contrarre. (p. 76)

Queste considerazioni riflettono evidentemente un disagio reale e l'opportunità di un cambiamento di rotta, di cui si ha qualche indizio ma i cui tempi e modalità di realizzazione andrebbero esplorati in modo sistematico. A quanto appare dalle fonti intraviste, sembra che a partire dal Seicento avanzato il ricorso ai fedecommessi non venga meno ed anzi - rispetto al passato - assorba quote più cospicue del capitale; il cambiamento più incisivo riguarderebbe l'usufrutto che, anziché a tutti i figli in parti eguali, è riservato sempre più spesso al solo primogenito, ferma restando la divisione dell'asse ereditario libero fra i maschi in misura identica. In questo modo il sistema del maggiorascato, applicato in origine per la trasmissione dei feudi, favorirebbe la conservazione dei beni di famiglia grazie alla loro concentrazione nelle mani del primogenito; il rovescio della medaglia è il peggioramento della condizione economica dei figli cadetti, il che potrebbe essere una concausa non secondaria del fenomeno dei nobili poveri.

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2. L'amministrazione pubblica

a. Premessa

E' forse banale ricordare che soltanto dal sec. XIX è iniziato un tentativo sistematico per ricomporre le variabili economiche in una costruzione d'insieme che ne chiarisca gli intimi collegamenti. Questa fase, con cui lo studio dell'economia si è avviato ad acquistare dignità scientifica, è il coronamento di un processo plurisecolare e graduale di osservazioni empiriche dei fenomeni economici allo scopo di allargare la conoscenza dei singoli fatti ad aree sempre più vaste e pervenire infine ad inglobarle tutte in un'unica trama.

Il processo, di per sé antico come la civiltà, ha conosciuto una straordinaria intensificazione a partire dai secc. XI-XII, ha avuto l'epicentro nelle rinascenti città italiane e ne sono stati protagonisti in associazione simbiotica i mercanti da un lato ed i giuristi e glossatori dall'altro: i primi, che hanno vissuto sulla propria pelle i problemi dello scambio ed i contatti con lontani mercati; i secondi, che di quelle esperienze hanno dovuto tenere conto per regolare i rapporti economici in sede ambito statutaria o per decidere controversie private. Ne è derivata una normativa di valore non definitivo, ma sottoposta ad un processo continuo di rielaborazione per superare eventuali incongruenze della legislazione precedente e per armonizzare con essa rapporti consuetudinari o di tipo nuovo. La sua straordinaria importanza per la storia del pensiero economico (ma non solo) sta nel fatto che essa costituisce la cornice in cui si svolgono le attività economiche e dunque fornisce una chiave per valutare quale cognizione ne abbiano i contemporanei.

Alle soglie dell'età moderna, dopo quattro mesi di gestazione e collaudo, l'economia italiana dispone di una serie di istituti e tecniche operative che riguardano il commercio, la moneta, il credito, la banca e la finanza pubblica, il che implica una solida conoscenza dei meccanismi economici su cui tali attività poggiano. Non si tratta però di un mondo banalmente piegato sui problemi quotidiani della vita materiale, perché l'umanesimo civile gli ha dato una dignità sconosciuta alla concezione dogmatica medievale e lo ha inserito in una visione economica che privilegia la vita attiva ed esalta la figura del padre di famiglia, impegnato ad incrementare le ricchezze a beneficio dei congiunti, della città e della patria.

I termini in cui va maturando la riflessione sui fenomeni economici non sono prerogativa di pochi pensatori isolati, ma frutto di esperienze concrete, elaborazioni giurisprudenziali e speculazioni teoriche alle quali contribuiscono in un modo o nell'altro tutti gli ambienti più evoluti della penisola e che, grazie alla circolazione delle idee, diventano tappe di un ulteriore, comune sentire. Per questa ragione, sia detto per inciso, è assurdo ritenere che la cultura economica di uno stato si esaurisca nella pubblicistica locale e che il ceto politico dominante non abbia modelli di riferimento perché non li ha trovati nelle opere dei concittadini. A Genova, come altrove, la lettura non è circoscritta ai testi di autori locali; da lungo tempo, la riflessione culturale trae sostanzioso alimento dalla meditazione dei grandi autori classici e dalla loro rivisitazione machiavelliana, com'è il caso di Ansaldo Cebà o di Raffaele Dalla Torre. Il fenomeno non è limitato alla cerchia ristretta degli intellettuali, ma investe anche il mondo non speculativo dell'esercito: le istruzioni impartite nel 1514 al capitano di Sarzana i Protettori di San Giorgio lo invitano a proibire ai sottoposti il gioco dei dadi ed invece "a portare con voi alchuni libri di istorie aciò che cun quelli dicti vostri compagni passano lo suo tempo cossì legendo come ascoltando quando stano in ocio".

Gli istituti e gli strumenti pratici di cui l'Italia dispone agli inizi dell'età moderna costituiscono un patrimonio conoscitivo a cui altri paesi attingono largamente, specie dal tardo Cinquecento, e dal quale prende le mosse un gruppo numeroso di studiosi che soprattutto in Inghilterra, Francia e Spagna si interessano dei problemi economici per aumentare la ricchezza e la potenza della monarchia. Di per sé, il potenziamento dello stato è un obiettivo ovunque perseguito da tempo, ma con interventi economici disorganici e sovente improvvisati; analogamente, non è difficile trovare nelle dottrine mercantiliste concezioni ormai acquisite dal pensiero economico italiano. Il carattere innovativo del sistema mercantilistico sta nella circostanza che esso, proponendosi di elaborare una politica statale funzionale ai bisogni dell'erario, stabilisce una serie di collegamenti logici, di ponti tra tutti i settori economici fondamentali, che vengono così concepiti come parti interdipendenti di un unico organismo. È il primo tentativo del genere e, al di là dei suoi successi immediati in campo pratico e dell'assurdità di alcune premesse nel lungo andare, apre all'analisi economica la strada nuova e potenzialmente feconda della macro-economia.

In Italia, il nuovo approccio allo studio della vita economica in funzione del potenziamento dello stato non sembra essere stato condiviso inizialmente se non da pochi studiosi isolati (Serra). Bisogna attendere il sec. XVIII perché il mercantilismo diventi oggetto di riflessione da parte di numerosi pensatori (Bandini, Genovesi, Galiani, Carli, Filangieri, Ortes, ecc.), sia pure alla luce della più avanzata prospettiva fisiocratica e nel quadro dell'illuminismo riformista. Genova non fa eccezione al quadro ed anzi l'ambiente sembra ancora più sordo ai nuovi indirizzi del pensiero economico. Sino al primo Settecento gli scrittori locali si occupano di cambi, di mercatura e di problemi politico - sociali, ma non di economia generale. Scorrendo le opere di questi ultimi, da Giulio Pallavicino ad Andrea Spinola, da Ansaldo Cebà a Raffaele Dalla Torre, da Gio Francesco Spinola a M.C. Salbriggio, per menzionare i più noti, si trovano abbondanti citazioni di classici, acute osservazioni psicologiche e consigli sapienti, diagnosi approfondite dei mali della repubblica ma sotto il profilo politico; in alcuni lavori, come negli scritti di Andrea Spinola, si sogna un ritorno agli antichi modelli di vita per il quale si auspicano particolari trasformazioni economiche, ma senza esporre i mezzi per attuarle e senza valutare la compatibilità di quel ritorno al passato con il quadro generale ormai irrimediabilmente mutato. Negli scritti settecenteschi di Pier Paolo Celesia, Agostino Lomellini, Gerolamo Gnecco, la descrizione dei mali pubblici e l'esposizione delle riforme necessarie sono certo più realistici, ma a queste ultime manca un supporto concettuale di natura economica.

In quale misura le opinioni dotte degli scrittori locali riescano a penetrare nel palazzo della politica per alimentarvi il dibattito quotidiano è difficile dire. Ma quando vengono confrontate con i provvedimenti dello stato non si può non rilevare la profonda discrepanza tra l'inconsistenza fattuale di quelle vaghe aspirazioni ed il solido pragmatismo che nutre l'attività del governo. Per cui è soprattutto qui, nell'amministrazione quotidiana della res publica , che si può rintracciare una serie di obiettivi economici, una scelta adeguata di mezzi per raggiungerli e dunque l'esistenza di una politica economica. È da qui che si può risalire al buon senso, all'esperienza ed alle idee che sorreggonoi cittadini chiamati a cariche pubbliche.

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b. Vita politica e tendenze economiche

Uno dei fenomeni salienti della storia umana è stato il sorgere del capitalismo, inteso come sistema economico-sociale dominato dalla ricerca del guadagno e della ricchezza; è anche noto che questo processo, mai concluso perché sempre in divenire, ha preso respiro attraverso la moltiplicazione degli scambi che, allargando l'offerta delle merci, ha premiato le meno costose e scatenato una benefica competizione tra i produttori. L'accumulazione patrimoniale che ha alimentato lo sviluppo capitalistico ha avuto origini e natura diverse da luogo a luogo ma, secondo l'opinione prevalente tra gli storici, la sua fonte principale è stata la mercatura, specie quella internazionale, alla quale si può aggiungere in posizione secondaria l'attività industriale, a torto misconosciuta da alcuni, perché in definitiva le merci si scambiano contro merci.

Il periodo in cui le prime manifestazioni del capitalismo commerciale diventano evidenti è anche quello in cui vanno sorgendo ed affermandosi i comuni italiani. La concomitanza dei due fenomeni non è semplice coincidenza: secondo il giudizio quasi unanime degli storici, le prime forme di accumulazione delle ricchezze si sono avute proprio nelle città stato della penisola: in alcuni centri dell'interno, posti in situazione strategica per i traffici e bacino di raccolta di rendite fondiarie, ed in altri con un retroterra montuoso o paludoso ma affacciate sul mare, con le sue lusinghe di ricchezze lontane. Genova, che sotto questi aspetti è in una posizione privilegiata, è una delle culle precoci dello spirito capitalistico e sembra quasi che ad essa pensi San Tommaso d'Aquino quando parla del commercio per condannarne gli effetti perversi: "Quella città che per suo sostentamento ha bisogno dei mercanti deve necessariamente subire la convivenza di estranei che corrompe grandemente i costumi ...[e] se anche si dedicheranno al commercio gli stessi cittadini, sarà ugualmente aperta la via a molti vizi ... poiché, essendo la mira dei mercanti unicamente rivolta al guadagno, si radica nel cuore dei cittadini la cupidigia per cui tutto, nella città, diventa venale, e ... ciascuno mirerà al suo particolare vantaggio ...".

Come altre organizzazioni statali, anche Genova ha avuto una formazione laboriosa contrassegnata da fasi alterne di governo sostanzialmente solido nonostante tensioni saltuarie anche aspre, che ha reso possibile l'espansione territoriale o quanto meno un ruolo attivo in campo internazionale; e fasi di rovinose lotte civili per la conquista del potere, che hanno spezzato la coesione interna, indebolito la presenza internazionale o addirittura provocato la perdita dell'indipendenza. Semplificando molto il discorso, si può dire che alla straordinaria affermazione politica dei secc. XII-XIII è subentrata una lunga fase di lotte di fazione, intervallate da brevi periodi di pacificazione temporanea, sino alle riforme politiche del 1528 e 1576, che hanno permesso alla repubblica di sopravvivere quasi tre secoli.

Questo travagliato contesto politico si ripercuote anche sulle tendenze prevalenti della situazione economica. Le attività mercantili e industriali, se risentono pesantemente degli accidenti esogeni (epidemie, guerre tra altri paesi, nuovi equilibri politici internazionali, ecc.), a maggior ragione sono sensibili alle pulsioni politiche interne che possono accendere guerre civili, mutare i rapporti di forza, sconvolgere l'assetto delle relazioni commerciali, provocare voragini finanziarie. Sotto tale aspetto, si può dire in prima approssimazione che sino alle soglie dell'età moderna lo sviluppo delle attività mercantili e industriali procede di pari passo con il consolidamento dello stato e che, al contrario, i successivi periodi di rallentamento del processo espansivo o di arretramento dalle posizioni già raggiunte coincidono con quelli in cui il regime politico è messo in discussione dalle lotte di fazione per la conquista del potere. Con le leggi costituzionali del 1528 (e del 1576) si perviene ad una struttura politica stabile che durerà fino al 1796 e che porterà alla luce tutte le potenzialità genetiche positive e negative di uno stato di modeste dimensioni, con scarse risorse primarie, ma con grandiose ricchezze private. Il quadro in tre tempi appena delineato, per quanto esemplificativo di una realtà infinitamente complessa, offre il modo di chiarire alcuni legami tra vita politica ed economia privata.

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c. Governare l'economia.

Il carattere associativo della "compagna", organizzazione privata con carattere temporaneo sorta alla fine del sec. XI per scopi di mutua protezione e ricostituita più volte, trasfonde nel comune novello per molto tempo il carattere originario di una larga partecipazione ai riti del potere ed alle attività economiche riservate ai suoi membri: lo testimoniano, in una città che non doveva contare più di cinquemila famiglie, le assemblee di centinaia di persone convocate sulla piazza di Sarzano dalle campane cittadine e le migliaia di volontari imbarcati per le spedizioni marittime. L'attività commerciale vede quindi un folto concorso di mercanti che allargano via via il proprio raggio d'azione, con crescenti ritorni in termini di guadagno. Il consolidamento delle posizioni oltremarine richiede però interventi militari che occorre finanziare; lo stato, che organizza le azioni offensive e ne copre il costo con dazi e collette, si rafforza e la sua crescita allarga l'orizzonte operativo dei mercanti, moltiplicandone i guadagni ma facendoli interferire con le sfere d'azione di altri soggetti (potentati locali, città marinare in competizione con Genova, corsari saraceni, pirati); da qui nuove richieste di aiuto da parte dello stato che attraverso il fisco prosciuga una parte delle ricchezze accumulate dai privati. Altre volte è il comune che intraprende azioni militari per procurare ai cittadini posizioni privilegiate e nuovi mercati, o che organizza spedizioni congiunte con i privati per la conquista e lo sfruttamento di territori lontani.

In definitiva, in questa prima fase le energie locali si mobilitano in massa per la conquista dei mercati e l'azione del comune mira a garantire il raggiungimento di tali obiettivi; perciò la sua politica è diretta soprattutto a fornire al fisco i mezzi di cui ha bisogno (dazi, pedaggi, collette ed avarie), a dotare la mercatura degli strumenti fondamentali (norme commerciali, moneta, unità di misura, ecc.), a liberare i traffici da condizionamenti esterni per regolarli a propria discrezione (controllo dei valichi appenninici, allargamento della sovranità territoriale nelle riviere, guerre di affermazione sui mari). Scarso interesse mostra invece per l'attività di trasformazione, che continua ad operare in regime di sostanziale libertà in materia di apprendistato, di organizzazione del lavoro, ecc. La vigorosa crescita politica ed economica nei due primi secoli di vita comunale culmina nel tardo '200 con il trattato del Ninfeo, che assicura a Genova il controllo del Bosforo ed il monopolio del commercio pontico, con l'inizio di relazioni marittime dirette con le coste della Manica, con la vittoria definitiva su Pisa ed il felice esito della battaglia di Curzola.

I dissidi interni scoppiati nel primo Trecento sull'onda della lotta tra guelfi e ghibellini, temporaneamente sedati nel 1340 e poi risorgenti più volte con una coda di signorie straniere invocate da questa o quella fazione, pongono fine alla sostanziale concordia delle origini ed aprono, all'interno della società, una lunga stagione di fratture profonde, alleanze di famiglie e contrapposizioni di interessi destinate a prolungarsi, tra alterne vicende, per oltre due secoli. Sulla situazione economica si ripercuotono gli sconvolgimenti prodotti dalle ricorrenti carestie e pestilenze, le voragini aperte dalle guerre esterne nelle finanze statali, la perdita delle basi medio-orientali solo parzialmente compensata da modesti progressi in occidente. Sintomo eloquente della grave depressione e radice di futuri squilibri, si moltiplicano le corporazioni d'arte e mestieri, che dalla trentina a fine '200 salgono ad oltre 80 nel corso del '300 e '400.

La travagliata nascita del comune e le successive turbolenze sino agli inizi dell'età moderna possono considerarsi le tappe di una laboriosa configurazione statale, che dalla partecipazione corale dei primordi, attraverso lotte civili, supremazie temporanee di singole fazioni e saltuarie perdite di sovranità conduce infine ad un regime politico stabile che sopravviverà sino al 1796. Con il 1528, infatti, i dissidi tra i gruppi rivali si compongono in una nuova alleanza che riserva il potere ad un'aristocrazia mercantile e che dal 1576 si apre ad un cauto rinnovamento con l'ammissione di famiglie esterne in ascesa e di eminenti personalità forestiere.

I diritti politici spettano esclusivamente a coloro che Ansaldo Cebà definisce “cittadini di repubblica”, ossia ai maschi adulti dell'oligarchia dominante, che non raggiunge il migliaio di famiglie e rappresenta a malapena il 5 % della popolazione urbana, forse l'1 % di quella dell'intero stato; gli altri ceti sociali (i “sudditi”) ne sono del tutto privi. Il potere è riservato quindi ad una élite selezionata in una cerchia di poche centinaia di individui: troppi per una pacifica convivenza reciproca, se alla base del nuovo ordinamento costituzionale non vi fosse il principio di un'equa possibilità di accesso alle massime cariche. Si tratta di un criterio già sperimentato parzialmente nel tardo Trecento per le uffici minori e perfezionato nella Casa di San Giorgio per quello di protettore. Nella repubblica del 1528 il rinnovo semestrale di ¼ dei componenti il Senato (governatori) e la Camera (procuratori) avviene mediante l'estrazione a sorte di 5 nomi dall'urna contenente quelli di 120 candidati, poi ridotti a 90 (seminario). L'operazione assicura teoricamente a tutti i maschi nobili un'eguale probabilità di giungere al potere, con i suoi carichi di onori ed oneri; nella realtà l'imparzialità dei risultati può essere viziata a monte, se l'immissione dei potenziali candidati nell'urna dipende da equilibri politici o da patteggiamenti sottobanco.

Il sistema della cooptazione, seguito per il rinnovo di alcuni organi collegiali, assicura una notevole continuità di indirizzi ed il ricambio sfasato delle cariche offre ai neo eletti il tempo per prepararsi ai nuovi compiti. Frutto di grande saggezza è la distinzione tra leggi “perpetue” e leggi “temporanee”. Le prime sono quelle fondamentali e non hanno una durata predeterminata; le seconde, invece, sono valide soltanto per un periodo prestabilito (in genere 5-10 anni), al termine del quale cessano automaticamente d'aver vigore. È così possibile valutarne di volta in volta gli effetti, evitando il rischio di una produzione legislativa pletorica. L'amministrazione statale è ripartita tra un certo numero di magistrature centrali e di uffici periferici, che sono coperti a turno dai cittadini; gli eletti che intendono rifiutare il servizio pubblico debbono fornire una giustificazione valida, altrimenti sono passibili di un'ammenda, anche molto rilevante. I controlli politici ed amministrativi sono basati sulla convinzione che un pubblico funzionario sia sempre sospettabile di prevaricazione e che per il corretto esercizio delle mansioni, più del timor di Dio o la carità di patria, servano la certezza del controllo e la paura del castigo; da qui una presunzione di colpevolezza che solo la revisione a posteriori può fugare.

È certo che i principi informatori della repubblica doriana, qui sommariamente delineati, non sono stati sempre rispettati durante la sua lunga vita; le opere politiche del tempo non sono avare di denunce, che però possono riflettere interessi personali o casi isolati: com'è noto, le fonti abbondano di giudizi negativi e quelli positivi lasciano raramente traccia di sé. Comunque, qui si tratta solo di accennare alla coerenza del disegno di fondo e allo spirito con cui i “cittadini” sono chiamati al servizio del bene comune.

Con la repubblica aristocratica, non sono più gli interessi dei commercianti, degli artigiani o dei salariati a ispirare gli interventi dello stato, ma quelli propri dell'oligarchia dominante, che sono incentrati sulla cura dei suoi interessi economici, di natura prevalentemente finanziari, e sulla conservazione del potere. Mantenere l'assetto politico esistente significa - in una prospettiva disincantata - difendere l'indipendenza dello stato dalle mire espansive di altre potenze e dalla presenza di principi esteri che porrebbero fine alla libertà di cui l'oligarchia gode; è in questo senso che può interpretarsi realisticamente il culto della libertas diffuso nel ceto aristocratico.

Che lo scudo della sovranità nazionale serva all'oligarchia per conservare la propria libertà non significa però che essa usi il governo della res publica esclusivamente per il proprio "particulare". Forse l'unico settore in cui ciò è parzialmente vero è quello della fiscalità, a cui l'aristocrazia è soggetta nella medesima forma attenuata che i ceti benestanti della città condividono da secoli, approfittando della debolezza (o complicità) dei governi in carica e della natura sfuggente delle ricchezze impiegate nella mercatura. Non per nulla, a Genova il termine "avaria", che etimologicamente indica danno, guasto o spesa imprevedibile, è il nome con cui dal sec. XIII si designa la categoria delle imposte dirette: una omonimia certamente non casuale ! I tributi diretti, applicati dapprima su imponibili non esattamente definiti, dopo il 1340 tendono ad assumere il carattere di un focatico, ossia di un'imposta gravante sui capifamiglia in misura proporzionata in qualche modo alla ricchezza del nucleo famigliare; l'ammontare dell'avaria è prestabilito in funzione delle occorrenze dell'erario e suddiviso in due contingenti a carico rispettivamente della nobiltà e del popolo (mercanti ed artigiani), in un rapporto variabile poi fissato nel 1447 nella misura del 60% e del 40%. Se si considera che l'imposta diretta forniva al fisco assai meno di un quinto delle sue risorse totali e che la distribuzione delle ricchezze tra i due ceti era senza dubbio molto più sperequata a favore della nobiltà, si ha la conferma della tenuità del suo apporto alle casse pubbliche e, per converso, del peso sproporzionato gravante sui popolari. A fronte dell'opposizione crescente di questi ultimi, nel corso del '400 l'avaria viene gradualmente temperata ed infine del tutto abolita in città (1490), mentre nel dominio permane un'imposta diretta per contingente, di cui 1/3 percepito sul numero delle teste e 2/3 sul valore delle terre.

La repubblica del 1528 segue i medesimi criteri: conserva l'avaria ordinaria sulle terre e non esige dalle famiglie della città alcun tributo diretto a carattere ordinario; nei casi di estremo bisogno si limita ad imporre riparti di grano, sottoscrizioni di prestiti pubblici e nel '600, ma soprattutto nel '700, imposte patrimoniali straordinarie. A differenza di quello medievale, il tributo diretto non è più ripartito per contingente tra nobiltà e popolo, ma percepito con gli stessi criteri da tutti i contribuenti, a qualunque ceto appartengano. Nel caso delle imposte patrimoniali (che per essere a fondo perduto necessitano procedure più minuziose), la base imponibile a cui si commisura la somma dovuta è costituita dal patrimonio complessivo del capofamiglia (“azienda”) ed il suo ammontare è stabilito con una procedura particolare da commissioni tributarie locali (“mobbe”) composte da 5 a 7 deputati a seconda delle epoche: i componenti di ogni commissione passano in rassegna i singoli nominativi loro assegnati e, sulla base di informazioni od opinioni personali, indicano in un biglietto l'ammontare a loro giudizio del patrimonio ("'azienda") di ciascun capofamiglia; scartate le stime più elevate (commissari ostili al contribuente esaminato ?) e quelle più basse (suoi amici ?), la media delle restanti fornisce l'imponibile ufficiale.

In definitiva, l'imponibile è la media di una serie di valori intermedi dalla quale sono banditi gli estremi e che premia i contribuenti dal tenore di vita dignitoso ma discreto, senza ostentazioni esteriori di ricchezza. Come non vedere in questo metodo di accertamento, che riprende in forma semplificata le procedure seguite nei secc. XIV-XV, una spiegazione di quel comportamento riservato, ai limiti del dimesso, che per molti osservatori contraddistingue i genovesi ?.

Se si considerano i tributi indiretti, la sperequazione risulta altrettanto evidente. Mentre il commercio di materie prime e manufatti continua a pagare un ‘aliquota ad valorem relativamente modesta (7 %) che i mercanti riescono facilmente a traslare sugli acquirenti, quello delle derrate alimentari fondamentali è sottoposto ad un'imposta che cresce a balzelloni fino ad oltre il 15-20 % del prezzo di mercato e colpisce direttamente i consumatori. Non tutti, però, ché da tempo immemorabile esiste una serie di franchigie di cui beneficiano tra gli altri l'amministrazione pubblica; il doge, i governatori e i procuratori con le loro famiglie e rispettivi cancellieri; l'arcivescovo con il suo vicario, gli ecclesiastici e gli istituti regolari; gli ospedali; i padri di almeno 12 figli; un numero limitato di giureconsulti e di medici (con l'obbligo per i primi di assistere gratuitamente lo stato e San Giorgio nelle cause civili e per i secondi di curare gratuitamente i poveri amore et dilligentia sicut christianos ); Andrea Doria con i suoi discendenti (rami Doria Landi e Doria Tursi) e parecchie famiglie nobili (Grimaldi, Spinola, Lercaro, ecc.). Le franchigie dei secolari non sono limitate ai capifamiglia e consanguinei, ma investono impiegati, domestici e, almeno nel caso dei Doria Tursi, persino mule e cavalli, conteggiati ciascuno per una testa come esseri umani. È facile arguire che i consumi complessivi siano cospicui, anche senza considerare le derrate introdotte fraudolentemente come franche. Quel che qui interessa è che anche per le imposte indirette il ceto dominante è privilegiato, non in quanto detentore del potere politico, ma perché conta numerose famiglie esentate per ragioni particolari o perché molti suoi componenti hanno preso i voti.

La pervicacia con cui l'aristocrazia si chiude nella sua invidiabile condizione fiscale comincia ad incrinarsi soltanto nel ‘700 e soprattutto dopo la terribile catastrofe del 1746. Essa non è certo l'unica causa, perché troppi fermenti nuovi percorrono l'Europa imprimendo all'azione dei governi impulsi di riforme a cui quello genovese non è insensibile. È anche a questa temperie sal damente ancorata ai problemi concreti che si deve la ricerca di un sistema finanziario più razionale, fondato sull'unificazione dei debiti gestiti dallo Stato e sui tentativi sempre più frequenti di allargare la base imponibile, scavalcando i privilegi fiscali di laici ed ecclesiastici. Di tale tendenza, che non risparmia il ceto al potere, sono manifestazioni esplicite l'inclusione nel Monte coattivo dei cittadini privilegiati, la pervicacia con cui a distanza di 10-20 anni si individuano e perseguono i nobili che non hanno pagato la capitazione del 1738, l'estensione agli ecclesiastici del contributo in argento del 1747 e delle successive imposte dirette. Nella stessa direzione vanno l'imposta sui titoli pubblici introdotta nel 1752, che colpisce tutti i capitalisti senza distinzione di ceto sociale o di condizione religiosa, e la decisione del 22 giugno 1757 di ripartire i debiti fatti dalle comunità del dominio per le truppe austro-sarde su tutti i beni immobili in esse esistenti, siano beni franchi, non franchi ed ecclesiastici, col solo beneficio a questi del quarto in meno di quanto pagheranno i “secolari”; quindi, anche l'antichissima esenzione fiscale delle proprietà genovesi nel dominio comincia ad essere intaccata. Non v'è dubbio, insomma, che sia in atto un cauto tentativo di oggettivizzazione fiscale, ossia di spostamento del criterio impositivo discriminante dall'ambito sociale a quello dei beni materiali, indipendentemente dal loro proprietario anche se appartiene all'oligarchia.

Oltre che con la fiscalità, male necessario per la sopravvivenza dello stato, l'amministrazione pubblica pone i governanti a contatto con altre realtà nuove, gravide di problemi ignoti alla gestione domestica ed alla cui soluzione l'esperienza personale in materia economica può fornire soltanto conoscenze di tipo tecnico.

Tra i bisogni pubblici fondamentali, ad esempio, vi è quello alimentare, ma di solito il popolo riesce più o meno a soddisfarlo attingendo all'offerta del mercato interno. Quando invece una carestia o l'interruzione negli usuali canali di approvvigionamento dall'estero riduce drasticamente le disponibilità cittadine facendo impennare i prezzi delle derrate, allora è indispensabile un intervento dello stato, sia per ragioni umanitarie ispirate dalla morale cristiana, sia per concreti motivi di ordine pubblico che potrebbero minare il regime politico. Prima del 1528 tali interventi non sono affatto sconosciuti alla prassi di governo che sotto l'assillo di emergenze improvvise; per lo più carestie, si procura qualche finanziamento straordinario e commissiona l'acquisto di grano sulle piazze estere per rivenderlo in città a prezzi di costo. Si tratta però di misure saltuarie, adottate sovente in ritardo ed incapaci a risolvere il problema rispetto all'insorgenza del problema.

La soluzione repubblicana ha carattere più organico e consiste nel dar vita a magistrature stabili, dotate di un revolving fund iniziale ed incaricate di fronteggiare ogni evenienza: l'Ufficio (1564), poi Magistrato dell'abbondanza (1593), che deve procurarsi un certo quantitativo di grano rinnovabile ad ogni raccolto e distribuirlo ai fornai per la confezione di un tipo standard di pane da vendersi a prezzo fisso (ma a peso variabile a seconda del costo del grano); il Magistrato dei provvisori dell'olio (1593), che si rifornisce d'olio dalle comunità del dominio in base all'estensione degli oliveti, lo paga al prezzo di mercato e lo cede ai rivenditori urbani; e il Magistrato dei provvisori del vino (anch'esso istituito nel 1593), che acquista vino all'estero e lo distribuisce al consumo tramite i dettaglianti. Si tratta di un sistema annonario omogeneo, concepito per evitare che le speculazioni del mercato ricadano sui consumatori più deboli, imperfetto e più volte riformato, ma sempre fedele all'obiettivo originario di calmierare in qualche modo i prezzi di mercato.

Un altro settore in cui i bisogni pubblici stimolano l'elaborazione di nuovi strumenti di gestione, sconosciuti alla vita domestica ma indispensabili per l'amministrazione statale, è quello della politica commerciale in cui l'arte di governo deve risolvere il problema di raccordare il prelievo fiscale sui traffici con l'economia privata che di essi vive.

Sin dai primordi del comune la politica commerciale è una chiara dimostrazione del ruolo propulsore che i bisogni pubblici hanno svolto nella elaborazione di strumenti utili per la gestione dell'amministrazione statale. il sistema fiscale è oggetto di un laborioso processo di adattamento alle esigenze vecchie e nuove. Nel corso del tempo, accanto a preminente interesse erariale si fa strada più nitidamente la consapevolezza che le imposte sul commercio estero hanno ricadute determinanti sulle relazioni con altri paesi, sul volume dei traffici e sull'industria di trasformazione, per cui i bisogni del principe debbono cedere in parte a favore di quelli privati. I tentativi per elaborare forme di prelievo adeguate ai bisogni sono già evidenti dal sec. XII, ma in seguito si affinano progressivamente; è sufficiente confrontare qualche tariffa doganale delle origini con quelle in vigore nei secoli XV-XVI per rendersi conto delle differenze: i beni colpiti, dapprima raggruppati per mercati d'origine, si differenziano sempre più e le aliquote si moltiplicano, non solo in funzione della gamma più differenziata di merci, ma anche in relazione agli stati di provenienza e destinazione, al mezzo di trasporto terrestre o marittimo, ecc..

Dalla metà del sec. XV e durante quasi tutta la repubblica oligarchica, la politica commerciale è quasi interamente in mano alla Casa di San Giorgio, nel senso che conserva il privilegio, riconosciutole dal governo sin dalle origini, di autorizzare ogni aggravamento della pressione fiscale; soltanto dopo il 1539 ed in occasione di gravissime difficoltà finanziarie a cui San Giorgio non può (o non vuole) provvedere, lo stato trova la forza per rivendicare la propria sovranità ed assumere qualche iniziativa fiscale. D'altra parte, non v'è dubbio che per San Giorgio l'interesse dei comperisti a proventi elevati e non transitori si identifichi in pratica con l'incremento degli imponibili, ossia dei traffici e dei consumi. Pertanto corrisponde agli obiettivi che il governo ha perseguito anche in passato, salvo le deviazioni, inevitabili ed allora frequenti, dovute ora al collasso saltuario del sistema politico, ora al bisogno di parare le minacce all'integrità territoriale od alle posizioni commerciali oltremare.

In età moderna, quando i traffici non possono più espandersi sotto le ali protettive dello stato ma debbono essere contesi a rivali più temibili contro i quali non si possono levare le armi, il problema forse più delicato della politica commerciale consiste nel trovare il giusto equilibro tra l'espansione dei traffici a beneficio dei privati e la volontà dello stato di ricavarne il maggior alimento possibile per il fisco: due obiettivi difficilmente conciliabili perché ogni aumento dei dazi doganali può lasciare indifferente il commercio del Portofranco (che sotto questo aspetto rappresenta una efficace valvola di sicurezza), ma incide direttamente sui prezzi interni e quindi sui consumi e sulla trasformazione di materie prime.

In un sistema fiscale imperniato su tributi indiretti gravanti sull'intera popolazione, la salvaguardia del gettito erariale ha richiesto un complesso sistema di formalità e controlli per reprimere il contrabbando, agevolato in mare dallo sviluppo costiero e in terra dalla frastagliata catena appenninica; di conseguenza l'ordinamento doganale ha assunto sempre più forme ossessive, con il risultato di ridurre certe correnti commerciali o di dirottarle sui margini esterni dello stato, ad esempio nel Finale (prima che diventi genovese) o lungo il fiume Magra. La ricerca di efficaci forme di controllo amministrativo ha avuto anche risvolti positivi, poiché l'impianto burocratico e la tipologia documentaria elaborate a Genova in età moderna si ritrovano in buona misura nella legislazione piemontese ed italiana dell'Ottocento; ma è difficile dire se si tratti dell'adozione del modello genovese dopo l'annessione allo stato sabaudo o di connotati comuni a situazioni simili.

Un grave problema è quello di un capoluogo sovradimensionato dal punto di vista demografico: in nessun altro stato italiano la popolazione della capitale rappresenta normalmente un quinto del totale, come accade a Genova. Le implicazioni di tale concentrazione sono evidenti: rifornimenti alimentari, occupazione, ordine pubblico, assistenza, riflessi sociali. Andrea Spinola è molto deciso al riguardo. La capitale non dovrebbe superare i 70.000 abitanti, mentre - egli riferisce - alcune voci le darebbero già i 130.000: cifra inverosimile e quasi doppia del reale, che però gli serve per lamentare le difficoltà annonarie, deprecare che troppi siano scesi dalle montagne vicine e che "ci venghino ad assediar nella città" (ib. p. 43), ed auspicare un modo per "scaricar la città di tanta moltitudine con util loro e con animo paterno", ad esempio mandandoli in Corsica, e trattenere nella capitale solo gli elementi migliori (ib. p. 265). Un'eco di tale ripulsa per l'arrivo di immigrati si ha forse nell'istituzione del magistrato della consegna (1628) o nel rinnovo per 5 anni della competenza dei Collegi "contro foresti, bravi, scavezzi, ecc." (1621).

L'atteggiamento dello stato muta radicalmente in senso opposto, quando la traumatica esperienza dell'invasione franco-savoiarda nel 1625 lo induce a costruire un'imponente cinta muraria (1626), per la quale è indispensabile ricorrere a mano d'opera esterna che, terminati i lavori (1632), resta naturalmente in città indebolendo il mercato del lavoro e la compagine corporativa. In seguito la politica governativa sembrerebbe non ostile all'inurbamento di immigrati dal dominio, purché non mendicanti, o addirittura favorevole come avviene dopo la peste del 1656-57, quando - per ripopolare la capitale ed i ranghi decimati degli artigiani - il Senato delibera che le arti restino aperte per due anni. La permanenza di forestieri è consentita a condizione che abbiano ricevuto il permesso di soggiorno dal magistrato della consegna; nomadi, questuanti e senza lavoro sono costretti a vivere in clandestinità e, se scoperti, vengono condannati a pene severe (galera, carcere, corda). L'emigrazione di sudditi verso la Corsica è incoraggiata con distribuzione di terre, sementi e denaro; Andrea Spinola ricorda che i corsi sono atti al maneggio delle armi, poco amanti dell'agricoltura ed odiano i genovesi al punto che, se volessero andarsene spontaneamente, non dovrebbero essere trattenuti; per valorizzare l'isola e mutare il clima sociale è dunque opportuno inviarvi contadini genovesi, dal momento che si è fatto l'errore di respingere la richiesta di molte famiglie di mori cacciati dalla Spagna di avere terreni demaniali per trasferirsi in Corsica (ib. p. 265).

L'emigrazione all'estero, attraverso la quale si smaltisce l'eccedenza demografica di un paese povero di risorse naturali, è invece proibita perché impoverisce il paese di gente esperta nelle arti, con il rischio molto concreto di trapiantare altrove attività locali; nelle fonti d'archivio vi è abbondanza di lamentele sulla partenza di maestri e lavoranti cartai, tessitori, zappatori per la Corsica (quando è ormai francese), ecc.. In sostanza, il tema della popolazione sembra essere considerato dal governo come un patrimonio da salvaguardare e selezionare nell'interesse pubblico, ossia in una prospettiva non molto diversa da quella mercantilistica; lo conferma anche la circostanza che, a far tempo dalla grande peste, la popolazione cittadina è tenuta sotto controllo per mezzo degli stati delle anime affluiti in curia e raccolti a cura del Senato, dapprima con periodicità annuale e dal 1680 al 1797 ogni 10 - 20 anni, con qualche lacuna intermedia.

La questione demografica è strettamente intrecciata con il pauperismo, qui considerato esclusivamente in relazione alle crescenti difficoltà dell'attività industriale dal tardo Cinquecento in poi. A differenza del commercio, a cui il Portofranco offre una compensazione parziale per la caduta dei traffici genovesi, le attività urbane di trasformazione sono sempre più schiacciate tra la rigidità dell'ordinamento corporativo e le pressioni dei committenti locali, che la concorrenza internazionale tende ad emarginare. I tentativi dei mercanti imprenditori di ridimensionare i costi, riducendo i salari o spostando la lavorazione in periferia, e quelli delle maestranze cittadine di adeguarli al rincaro della vita fanno emergere nel governo posizioni contrastanti, alcune fautrici della libera contrattazione, altre di un intervento legislativo che ancori le retribuzioni a parametri fissi.

Presi tra aspirazioni contrapposte, una che risponde agli interessi vitali di imprese a cui sono in parte personalmente interessati, l'altra che sale dalla plebe e può generare disordini pubblici, i governanti tentano la strada del compromesso, sia pure con un occhio di riguardo per i ceti inferiori. La loro preoccupazione di favorire la ripresa delle attività produttive e, nel contempo, di assicurare al popolo i mezzi di sostentamento ha più di un riscontro: la creazione del magistrato dell'arsenale (1606), giustificata esplicitamente con la necessità di dar lavoro alle maestranze del settore   ; l'istituzione della magistratura pro opificibus (1622), competente a giudicare le controversie tra imprenditori, artigiani, operai e compratori; la disposizione di legare le retribuzioni nominali di alcune categorie al corso legale dello scudo d'argento, ritenuto indicativo delle variazioni del costo della vita (1637); la nomina di una deputazione per il sostegno delle arti (1638), incaricata di studiare «   tutto ciò che si possa fare per miglioramento e sollevatione di esse arti e per l'introduttione di quelle che non vi sono per ornamento della Città, utile delle gabelle, commodità de' Cittadini e sostentamento de' poveri   » ; ; il programma di pretta marca keynesiana attuato in occasione della peste del 1656-57 per dare lavoro alle maestranze artigiane finanziando le ordinazioni con capitali privati.

Nella seconda metà del ‘600 la depressione ostinata di numerose attività produttive e le persistenti sacche di disoccupazione rendono sempre più evidenti l'inconciliabilità delle posizioni contrapposte e la necessità di soluzioni diverse per i problemi delle imprese e per quelli della manodopera. Ai primi si tenta di porre rimedio a fine secolo attraverso l'indebolimento delle difese corporative. Per i secondi, in alcuni strati dell'opinione pubblica affiora un orientamento favorevole a sostenere l'occupazione con lavori pubblici eventualmente finanziati con la beneficenza privata   . In altri prevale una filosofia diversa, già applicata dall'Ufficio dei poveri nella gestione del lazzaretto a partire dal 1580 e da Virginia Centurione Bracelli nei suoi interventi assistenziali dal 1625 in poi   : il raduno dei nullatenenti in appositi edifici, dove sarebbero riforniti di vitto e dove gli abili dovrebbero lavorare per evitare l'ozio e contribuire alle spese.

Il programma realizzato in occasione della peste del 1656 risponde alla prima concezione, la cui accettazione è imposta dal precipitare della congiuntura e solo per il breve termine. In una prospettiva temporale più ampia si opera invece per una soluzione solida e duratura del secondo tipo: dal 1653 è infatti al lavoro una deputazione incaricata di dare una sistemazione permanente ai diseredati della città: l'Albergo dei poveri di Carbonara. Priva di seguito è la proposta radicale di M. C. Salbriggio, polemista acceso (e poco informato) del tardo Seicento: poiché l'Ufficio dei poveri è inadeguato allo scopo, nonostante le abbondanti elemosine “con cui è nella Città nutrita l'otiosa povertà che a più di quarantamilla [?] è creduta ascendere”, bisogna trasferire coattivamente in Corsica a pubbliche spese tutti i poveri inabili per esservi sostenuti dalla pubblica pietà e tutti coloro che non riescono a sostenere la famiglia con il proprio lavoro. L'intervento dello stato, insensibile ai movimenti congiunturali salvo quando assumono una dimensione catastrofica, finisce per rivolgersi ad una soluzione imperniata essenzialmente su due istituzioni: l'antico Ufficio di misericordia che fa capo anche all'arcivescovo e il più recente Ufficio dei poveri (1539), che amministra i beni lasciati dai privati ed usa le rendite per gestire l'Albergo dei Poveri e distribuire aiuti all'esterno.

Non si può concludere questa breve rassegna senza accennare alla politica diretta ad incoraggiare le attività marittime, ossia le costruzioni navali con le attività sussidiarie e la navigazione genovese. Il settore, su cui il comune ha costruito le proprie fortune economiche, è sempre stato oggetto di cure particolari e continua ad esserlo anche nel periodo repubblicano, almeno per qualche tempo. Finanziamenti, prelazione sul legname demaniale, franchigie sulle materie prime non impediscono alla flotta ragusea di prendere il sopravvento sulla marineria genovese (oltre che sulla veneziana); a fine secolo inizia l'arrivo in massa delle navi settentrionali, che trovano in Livorno un punto d'appoggio strategico per dilagare nel Mediterraneo. Ciò non impedisce di rivitalizzare l'armamento pubblico ripristinando l'arsenale (1594-1607) ed affidandone la gestione ad un apposito magistrato; l'aspetto singolare è che il potenziamento della flotta militare, a cui è destinato in origine, si limita all'aggiunta di 2 unità alle 6 preesistenti, ma per mantenere operose le preziose maestranze specializzate l'arsenale si dedica alla costruzione di galere per conto di privati e di altri paesi (stato pontificio, Spagna, Sicilia, ecc.) ottenendo lusinghieri successi sin verso il 1660.

L'armamento privato tenta di mantenere le posizioni, ma dopo il 1605 è costretto a riconvertirsi; si rarefanno le unità maggiori e aumenta il numero di quelle minori, costruite per lo più nei cantieri delle riviere, ma senza riuscire a compensare l'arretramento delle prime. Il richiamo alle antiche virtù marinare diventa un argomento obbligato dei polemisti politici per lamentare la decadenza del loro tempo ed auspicare un ritorno al passato. Per Andrea Spinola sarebbe necessario che, con le somme stanziate per le scuole pubbliche, se ne aprisse una navale, con un bravo maestro che insegnasse astronomia, geografia e cartografia, ed uno che fosse "marinaro di esperienza grande, il quale avesse per le dita tutte le navigazioni del mar Mediterraneo"; un progetto, sia detto per inciso, singolarmente angusto e fuori del tempo: il Mediterraneo è ormai tagliato fuori dai grandi commerci. Più ambiziosi e consapevoli della realtà in atto sono coloro che propugnano l'inserimento nella navigazione oceanica e dal cui entusiasmo prendono le mosse due sfortunate compagnie commerciali: quella delle Indie Orientali (1647), le cui navi sono bloccate dagli olandesi nell'arcipelago della Sonda, e la compagnia marittima di San Giorgio, in cui la precedente si trasfonde (1655), che tenta di inserirsi nell'orbita portoghese ma ne viene estromessa di fatto dagli Inglesi ormai padroni della situazione in virtù del trattato di Methuen.

Costretta a ripiegare sulle vecchie rotte mediterranee, la marina genovese conosce un temporaneo sollievo con la navigazione convogliata organizzata dal governo tra il 1655 ed il 1680 a protezione dei traffici con la penisola iberica, e poi ancora negli anni seguenti, sino al primo Settecento, con convogli a carattere privato e con intervento solo indiretto dello stato. L'attività dell'Arsenale, che dopo il 1660 si è drasticamente ridotta, prosegue ad intermittenza ma con perdite crescenti e nel 1738 il magistrato viene soppresso: la guerra sugli oceani ha cambiato la tecniche belliche e le galere hanno ormai fatto il loro tempo. La cantieristica privata, invece, riesce a rinnovarsi ed a restare sul mercato, grazie anche a commesse di vascelli militari che le giungono dall'estero.

Gli elementi sin qui forniti, sebbene frammentari, episodici e in qualche misura impressionistici, consentono di delineare, se non la politica economica della repubblica, obiettivo prematuro considerato lo stato attuale della ricerca storica, almeno qualche aspetto più rilevante. Come prima osservazione, va preso atto che la natura degli interventi pubblici e la loro giustificazione ufficiale, quando la conosciamo, dimostrano che all'aristocrazia al potere non sono affatto ignoti certi legami tra i fenomeni economici. Vi sarebbe semmai da stupirsi che abbia conservato il potere per quasi tre secoli nell'Europa dominata dalle grandi monarchie nazionali, procedendo casualmente e senza consapevolezza di quanto faceva. La formazione dei suoi esponenti politici, acquisita sulla propria pelle con l'amministrazione del patrimonio personale e con l'apprendistato dei giovani nobili nelle magistrature secondo l'uso genovese, non esclude naturalmente disfunzioni sul piano politico, ma non si accorda con scelte economiche rovinose nel breve e medio periodo. Non è un caso che scrittori politici, polemisti e riformisti dei secc. XVI-XVIII abbiano rivolto l'attenzione quasi esclusivamente all'ordinamento politico dello stato e solo marginalmente e nel tardo Settecento si siano occupati della sua politica economica.

Che poi gli interventi del governo in questo o quel settore siano stati talvolta più deboli del necessario o non abbiano sortito effetti apprezzabili, ciò non dipende necessariamente da una supposta insipienza dei governanti, ma da una serie di possibili cause che non possono ignorarsi: l'esistenza nella società di interessi contrapposti di impossibile conciliazione; il carattere sclerotizzato della sua struttura economica che la rende incapace di competere nei mercati internazionali con le economie nazionali e la costringe a sopravvivere nel mercato interno all'ombra della protezione doganale; l'umiliante neutralità che uno modesto stato regionale deve opporre allo strapotere delle grandi monarchie, ecc. Se non si tiene conto dei fattori qui appena adombrati, è impossibile formulare un giudizio attendibile della politica economica genovese


 

(*) Estratto con qualche ritocco da "Storia della cultura ligure", a cura di Dino Puncuh, 1, Genova 2005, in "Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLIV, fasc. 1, pp. 239-277.

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